di Domenico Alessandro De Rossi
Il Dubbio, 25 aprile 2023
Purtroppo dopo i tanti Tavoli tecnici, Commissioni e i paludati convegni, spesso destinati alla auto rappresentazione (di chi li organizza), il problema delle carceri, del sovraffollamento e della sofferenza del suo “contenuto umano” è rimasto inalterato e colpevolmente non risolto: la gente in carcere ancora soffre e si ammazza. La realtà dimostra che nonostante le (apparenti) buone intenzioni e la riproposizione di stantie formulazioni tecniche, nulla è migliorato circa la grave situazione delle carceri. Alla presidente Meloni e al ministro Nordio le Loro determinazioni.
In mezzo a queste situazioni che oscillano tra opachi consensi burocratici e decisioni tecniche campate in aria, permane la drammatica verità di uno sconosciuto mondo (non solo a Roma) che appare e scompare dentro il carcere senza lasciare traccia di sé: una realtà fatta di marginalità umana, di persone senza volto né storia, di povertà durissima, di malattia e sofferenza.
L’ennesimo luogo “altro”, ipocritamente rimosso dalla coscienza del quotidiano, simile ma più strutturato rispetto ad altri luoghi più casuali che vedono dormire persone dentro scatole di cartone ai margini dei marciapiedi, o intere famiglie che vivono dentro vecchie automobili.
Una verità spostata che non risolve l’estrema povertà di una situazione umana anche nelle carceri, fatta da coloro che nulla hanno perché nulla posseggono. Una realtà vissuta da chi si aggrappa alla dipendenza di sostanze per sopravvivere sprecando e accorciando il tempo della propria unica vita. O l’altro peggiore e non meno drammatico pianeta abitato da chi che ha perduto anche la mente passando nel ruolo ufficiale di malato psichiatrico. Tutta questa umanità che mescola lingue, culture, origini e provenienze diverse si ritrova gettata nel carcere trasformato in un orribile destino di una enorme scatola di “rifiutati”.
Non tutto è abbandonato alla povertà e al degrado. A Trastevere, il San Gallicano è uno degli ospedali storici nel centro storico di Roma che fu commissionato nella prima metà del ‘700 all’architetto Raguzzini il quale, riuscendo a coniugare esigenze funzionali e formali, realizzò all’epoca una struttura riconosciuta come una vera avanguardia architettonica.
Attualmente è la sede della Comunità di S. Egidio e, dal 2007, del prestigioso Inmp, l’Istituto Nazionale Migrazione e Povertà. Questo ente del Servizio sanitario nazionale risulta poco noto, forse perché assistendo meritoriamente quella parte della “deriva umana” resta scomodo a chi preferisce cancellare la memoria, preferendo meglio distinguersi tramite altre auto rappresentazioni più fortunate perché più visibili. La mission dell’Istituto è la promozione della salute dei migranti che si pone a contrasto delle tipiche malattie della povertà, fronteggiando in silenzio le sfide socio-sanitarie poste dalle popolazioni più vulnerabili: tra queste - meritoriamente - coloro che vivono nelle comunità separate e nelle carceri.
L’obiettivo è semplice: cura di tutte le persone, italiani e migranti che si trovano in una condizione di grave disagio economico e sociale, quelli che incontrano maggiori difficoltà nell’accesso all’assistenza proprio perché poveri o isolati.
Questi enti dello Stato che rappresentano quanto di meglio è presente nella pubblica Amministrazione nel sostegno e nella salute, dovrebbero essere i più ascoltati e promossi nella scala dei valori pubblici. Forse meno passerelle accademiche e più umanità, scienza ed efficienza starebbe meglio al posto dei vari talk show.










