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di Maria Novella De Luca

La Repubblica, 4 giugno 2026

“Noi, libere per un giorno riscopriamo Desdemona”. Per la prima volta le attrici della compagnia “Donne del muro alto” escono del penitenziario romano per uno spettacolo in collaborazione con il Teatro dell’Opera ispirato all’Otello. La regista Tricarico: “In cella le donne vivono un doppio stigma, recitare le aiuta a rinascere”. Bruna Arceri, ex detenuta: “Quando ero dentro il teatro mi ha salvata. Ma oggi i progetti vengono spenti”. Le “donne del muro alto” si chiamano Clizia, Dorota, Irina, Maria e Lucia. Il muro, così alto che da lì dentro l’orizzonte si può solo sognare o ricordare, è quello del carcere femminile di Rebibbia, il più grande d’Europa.

Luogo di pena, di attese infinite, dove il tempo sembra senza inizio e senza fine. Oggi però - giorno speciale di questo giugno 2026 - Clizia e le altre usciranno da quelle mura e i loro occhi incroceranno di nuovo la vastità del fuori, dell’aria e dello spazio oltre le sbarre.

Vestite da Desdemona, attrici viaggianti sul ponte di un antico galeone che ricorda la deportazione delle detenute dell’Inghilterra di fine Settecento verso le colonie penali dell’Australia affinché la ripopolassero, racconteranno cosa vuol dire rinascere in carcere grazie al teatro. E non su un palcoscenico qualunque, ma tra i palchi e gli stucchi del Teatro Nazionale, parte dell’Opera di Roma che ospiterà lo spettacolo delle detenute di Rebibbia, per la prima volta autorizzate a recitare fuori dal carcere, con spettatori paganti e prenotati. Francesca Tricarico, regista di “Desdemona - Studio 1” è felice ed emozionata. Ha elaborato un testo che attraverso una riscrittura collettiva dell’Otello di Shakespeare, l’Otello di Verdi e la storia - vera - della Lady Juliana, la famosa “nave-bordello” che nel 1789 trasportò 250 donne dalle carceri inglesi alla “libertà” (fittizia) delle nuove colonie dove c’erano soltanto maschi, racconta il potere e la segregazione, l’amore e la gelosia.

“Lavoro in carcere da molti anni, nel 2013 ho fondato la compagnia “Donne del muro alto”, nella sezione di Alta Sicurezza di Rebibbia, per poi passare anche nel braccio di Media Sicurezza. Ho visto, toccato con mano, quale trasformazione - seppure con infinite difficoltà - avviene nelle donne che scelgono di partecipare ai nostri laboratori. Quali corde profonde può muovere lo studio di un personaggio, quante emozioni, rabbia, passione possono finalmente uscire fuori. All’inizio del mio progetto molti registi che già lavoravano nei penitenziari mi scoraggiavano: le donne sono difficili, umorali, si arrabbiano, vedrai, ti molleranno”.

Del resto, suggerisce Francesca Tricarico, una detenuta si porta addosso, spesso, “un doppio stigma, perché la donna che delinque viene condannata due volte dalla società, come se il suo reato a parità di pena di quello commesso da un uomo, fosse più grave”. E dietro quasi ogni vita femminile dietro le sbarre - aggiunge Tricarico che ha lavorato anche tra i ragazzi di Casal del Marmo, nella sezione Transgender di Rebibbia, con i Fratelli Taviani e Mario Martone - ci sono storie di violenza sessuale e domestica. “Tutto è più difficile, è vero, per questo ci sono così poche compagnie femminili nei penitenziari. Quando però le donne decidono volano alte, sono potentissime e il teatro non lo abbandonano più”.

Il “Muro Alto” oggi è diventata addirittura una compagnia stabile formata da ex recluse e detenute ammesse alle misure alternative al carcere. “Siamo un ponte tra dentro e fuori: infatti per “Desdemona” torneranno a recitare con la compagnia di Rebibbia, anche ex ospiti ora libere”. Bruna Arceri ad esempio, 56 anni, che in questa strana e visionaria messa in scena di Otello interpreta la narratrice. In un contesto di grande impatto visivo, con le scene di Sofia Sciamanna, i costumi del Teatro dell’Opera curati da Marina Sciarelli, la soprano Jessica Ricci, l’attrice Luana Basilico, le musiche di Gerardo Casiello e il progetto “Fabbrica”, dell’Opera di Roma.

E se Dorota B., Clizia F., Irina B., Maria F., Lucia D e la più giovane Roderiga, di 25 anni, sono tuttora, così si definiscono “ospiti del penitenziario di Rebibbia”, Bruna Arceri è dal 2021 una donna libera. Comunica forza e ottimismo. “Il teatro l’ho scoperto in carcere e mi ha cambiato per sempre la vita. Perché permette di dare voce a chi non ce l’ha. Recitando riesci a sognare oltre il muro alto, ho visto ragazze Rom che non sapevano nemmeno leggere diventare attrici bravissime. Per le donne poi è un’oasi, il carcere è a misura di maschio, tutto è a misura di maschio. Per avere un assorbente decente devi fare una battaglia” dice ironica Bruna. “Quando fai gli spettacoli vedi i tuoi familiari che ti guardano in un altro modo, sei di nuovo una persona. Non mi sono mai vergognata di essere stata in carcere, ma anche per mio figlio vedermi a teatro è stato fondamentale, oggi è diventato il tuttofare della compagnia”. “Desdemona 1” rischia però restare una punta luminosa in un percorso carcerario dove sta calando il buio. “Con le nuove regole - dice Bruna amareggiata - fare teatro in carcere sta diventando sempre più difficile: ci sono chiusure, restrizioni, regole sempre più rigide. Così muore tutto”.

Marina Sciarelli, costumista di lungo corso, un po’ come Bruna, non nasconde la sua emozione. “Entrare nella Sartoria del Teatro dell’Opera è stato un onore, avevo preparato i bozzetti convinta già di avere tutto in mano, invece i costumi che speravo di trovare erano in uscita o non ancora rientrati. Francesca ed io ci siamo guardate al volo e ci siamo capite: dovevamo cambiare l’idea di base. Reinventarci l’immagine dei nostri personaggi. Il rapporto con le attrici del Muro alto è sempre stato sereno, affettuoso, con un grande rispetto per il mio lavoro. Ogni volta che entro a Rebibbia, dopo i primi cancelli e portoni che incutono paura, quando varco la porta del teatro, tutto cambia: c’è solo il teatro. Scompaiono le colpe, le vite strappate e ci sono soltanto donne con donne che lavorano sodo per arrivare alla meta, allo spettacolo. E la loro bravura mi sgomenta ogni volta: monologhi lunghissimi da studiare, ore ore di prove, senza un lamento, senza una scusa per poter uscire a fumare una sigaretta. Tanto rigore e tanto amore”.

Francesca Tricarico torna sullo spettacolo che andrà in scena alle 18,30 di oggi al Teatro Nazionale: “Sono stata severissima con le mie attrici: se si fa uno spettacolo deve essere professionale, anche se siamo una compagnia di teatro in carcere”. E aggiunge: “Lo ammetto: è stato difficile far comprendere il senso di una Desdemona che diventa Otello e assegnare alle cosiddette “cattive ragazze”, cioè le detenute, proprio le parti delle cattive ragazze deportate sulla famosa nave inglese. Ma non è in fondo la stessa difficoltà che dobbiamo affrontare quando non vogliamo sentir parlare di detenzione femminile. O quando scegliamo di vedere il reato e non le persone?”. Ecco il senso del lavoro in carcere per Tricarico: “Il reato non si giustifica, mai. Però si può comprendere: solo la comprensione delle cause può impedire il ripetersi della storia”.