di Caterina Maniaci
Libero, 12 luglio 2022
Cosimo si è dovuto fermare a lungo su quella parola, su quell’invocazione: Pentitevi! È proprio Prospero che lo urla ai prigionieri, ne La Tempesta di Shakespeare. Cosimo la deve mettere in scena, con altri compagni.
Però inciampa ripetutamente su quella parola. Nel suo mondo “pentito” è un insulto, peggio ancora un marchio di infamia. Come risuona terribile quella parola, nel reparto di Alta Sicurezza di un carcere. “Allora ho dovuto riflettere, tutti abbiamo dovuto riflettere: cosa è il pentimento? Cosa è il perdono? Sono parole della Legge, del Dillitu, della Magistratura?
Oppure sono parole, prima di tutto, dell’anima? Perché se erano parole dei Tribunali non potevamo dirle. Ma se sono parole umane, allora possiamo dirle. E le abbiamo dette. Incredulo io stesso, ho detto: pentitevi”. Lo racconta proprio lui, Cosimo Rega, che dopo oltre 4() anni trascorsi in carcere, ha trovato il modo di “uscire” grazie al teatro.
Una delle tante, tantissime, storie che il mondo dei “ristretti” continua a rivelare. La voce dei detenuti di Rebibbia, la scoperta di quanta umanità ci sia dietro le sbarre e di cosa sia davvero la pena del “ristretto”, e le molte esperienze di teatro, di letteratura, poesia, cucina, rilegatoria, insomma creatività a lungo raggio.
Un’occasione per parlarne è stata la presentazione del libro “Non tutti sanno. La voce dei detenuti di Rebibbia”, edito dalla Lev, la Libreria editrice vaticana, (pp.150, 17 euro) e curato da suor Emma Zordan, da otto anni volontaria a Rebibbia dove ha coordinato un laboratorio di scrittura creativa, i cui lavori vengono poi raccolti e pubblicati affinché anche fuori si conosca meglio l’esistenza reale di chi vive dentro il carcere, il microcosmo che diventa paradigma di umanità, disperazione, rinascita.
Cosimo Rega è uno di loro, ex ergastolano attore e regista, che ha raccontato la testimonianza diretta del suo percorso di vita. In queste pagine i detenuti si raccontano con totale franchezza e senza autogiustificazioni, facendo trasparire un lungo e difficile itinerario autocritico. I dati impietosi mostrano che i problemi annosi del sistema penitenziario restano molto gravi.
Basta dare un’occhiata ai dati al 30 aprile 2022 forniti dal ministero della Giustizia: i detenuti presenti nelle carceri italiane erano 54.595 a fronte di una capienza regolamentare di 50.853 posti, con un tasso di sovraffollamento carcerario pari al 107,35%: una situazione di sovraffollamento che, seppur migliorata rispetto al livello raggiunto allo scoppiare della pandemia, rimane a tutt’oggi molto preoccupante. Eppure, anche in questo inferno, i piccoli miracoli avvengono.
A Gorgona, l’isola carcere dell’arcipelago toscano da circa due anni viene portato avanti un progetto in collaborazione con la direzione del carcere, per la chiusura definitiva del macello e la salvezza di quasi 600 animali. Recentemente è stato presentato il volume dal titolo “Animali che salvano l’anima”, un’antologia di racconti di alcuni detenuti che hanno partecipato ad un laboratorio di scrittura creativa.










