di Marina de Ghantuz Cubbe
La Repubblica, 7 luglio 2026
Il rapporto della Garante dei diritti dei delle persone private di libertà. A Rebibbia e Regina Coeli mancano spazi e accesso ai servizi. Il diritto alla salute mentale è una conquista recente che, in carcere, ancora non è entrato. La necessità è fortissima, ma le risposte non ci sono. Perché quello della fragilità psicologica dei detenuti è uno dei problemi che si sommano e si incancreniscono negli anni, a partire dal sovraffollamento. La Relazione annuale 2025 della Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale, Valentina Calderone, descrive un sistema ormai vicino al punto di rottura. Gli istituti penitenziari romani ospitano un numero di detenuti ben superiore ai posti realmente disponibili, mentre personale, strutture e servizi sanitari faticano a sostenere una pressione sempre maggiore.
Il caso più evidente è quello della Casa circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso, il più grande carcere della Capitale. A fronte di una disponibilità effettiva di 1.057 posti, al 31 maggio 2026 erano presenti 1.614 detenuti, oltre cinquecento in più rispetto alla capienza reale. Un incremento particolarmente significativo se si considera che, rispetto alla fine del 2024, la popolazione detenuta è aumentata di oltre seicento unità. Ancora più critica appare la situazione di Regina Coeli, storico istituto nel cuore di Trastevere. I posti realmente disponibili sono 572, mentre le persone recluse hanno superato quota mille. In pratica, il carcere ospita quasi il doppio dei detenuti che potrebbe accogliere in condizioni ordinarie. Nemmeno il carcere femminile di Rebibbia sfugge alla pressione: le detenute sono 379 a fronte di 265 posti disponibili. Solo la Casa di reclusione di Rebibbia e l’Istituto a custodia attenuata “Terza Casa” mantengono, almeno per ora, un equilibrio tra capienza e presenze.
La Relazione evidenzia come il sovraffollamento non rappresenti soltanto un dato statistico, ma la causa principale del peggioramento delle condizioni di vita all’interno delle carceri caratterizzate da tensioni tra detenuti, aumento degli episodi di autolesionismo e aggressioni, difficoltà nello svolgimento di attività. Alla crescita della popolazione detenuta non ha fatto seguito un adeguato incremento del personale. La Garante richiama l’attenzione sulla cronica carenza di agenti di polizia penitenziaria, ma anche di educatori, funzionari giuridico-pedagogici, psicologi, assistenti sociali e personale amministrativo. Gli effetti sono concreti: a Rebibbia non è stato eseguito oltre il 70% delle visite mediche esterne, a Regina Coeli il 55%.
In questo contesto aumentano anche gli eventi critici. Suicidi, tentativi di suicidio, atti di autolesionismo e aggressioni: non episodi isolati, ma indicatori del profondo disagio che attraversa il sistema penitenziario. Lo scorso anno nelle carceri romane si sono verificati 5.028 eventi critici, il triplo rispetto all’anno precedente e sono raddoppiati i tentativi di suicidio. Per il sindaco Roberto Gualtieri “i numeri sono drammatici, il carcere non è un mondo a parte: è il luogo in cui si misura la capacità delle istituzioni di attuare le norme, garantire sicurezza, qualità democratica e credibilità del sistema”.
Il governo ha stanziato 750 milioni di euro per creare 10mila nuovi posti ma “il carcere sta diventando sempre più il luogo in cui si concentrano problemi che nascono all’esterno: fragilità economiche, marginalità, dipendenze, disturbi della salute mentale, percorsi migratori complessi, solitudine e povertà educativa”, ha aggiunto l’assessora al Sociale Barbara Funari invitando il governo a investire in cura e prevenzione.










