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di Rita Bernardini*

Il Dubbio, 8 ottobre 2026

Per l’ennesima volta è stato negato a Fabio Falbo, conosciuto come “lo scrivano di Rebibbia”, il permesso premio previsto dall’articolo 30 dell’Ordinamento penitenziario. L’Ufficio di sorveglianza di Roma ha respinto nuovamente la richiesta con un’ordinanza di 13 pagine. Falbo terminerà comunque di scontare la pena tra meno di un anno, nel settembre 2027, dopo 17 anni consecutivi di detenzione: inizialmente in alta sicurezza e, da diversi anni, in media sicurezza nel reparto G8 di Rebibbia, considerato tra i più avanzati dell’istituto romano sotto il profilo trattamentale. Il provvedimento ripropone le motivazioni già poste alla base dei precedenti rigetti, incentrate sull’asserita mancata “revisione critica” del passato criminale di Falbo. Una valutazione collegata alla sua costante rivendicazione di innocenza rispetto ai reati per i quali è stato condannato, esercitata nel pieno rispetto di un suo diritto.

L’ordinanza, al pari dei precedenti provvedimenti, non può tuttavia prescindere dallo straordinario percorso compiuto da Falbo nei 17 anni di reclusione. Le relazioni di sintesi descrivono una condotta regolare e una partecipazione costante alle attività trattamentali. Falbo ha lavorato come scrivano e ricevuto diversi encomi, tra cui quello del febbraio 2024 per la partecipazione ad attività culturali; ha frequentato corsi e laboratori di giornalismo, fotografia e teatro, preso parte al progetto Spes contra Spem di Nessuno tocchi Caino e collaborato al giornalino Dietro al Cancello. Ha inoltre conseguito la laurea in Giurisprudenza e, secondo le relazioni, risulta iscritto anche ai corsi universitari di Scienze della comunicazione e di Lettere e filosofia. Gli operatori gli riconoscono risorse cognitive, capacità di adattamento e un progressivo percorso di maturazione. La psicologa rileva, inoltre, una maggiore capacità di riflessione critica rispetto a condotte antigiuridiche diverse da quelle oggetto della condanna.

Sul comportamento tenuto in carcere, tuttavia, l’ordinanza introduce un elemento nuovo. Nel fascicolo di Falbo è stata acquisita una missiva “trasmessa al Presidente del Tribunale di sorveglianza e ai magistrati dell’Ufficio dal Presidente delle Camere Penali di Roma in data 29.8.2025, relativa ad una segnalazione che Falbo indirizzava alla Presidente dell’Associazione Nessuno Tocchi Caino, in cui contestava le decisioni in ordine alle assegnazioni di detenuti a lui sgraditi al reparto G8 ove lo stesso è allocato”. Secondo il provvedimento, la lettera - ritenuta caratterizzata da espressioni offensive e discriminatorie verso alcuni detenuti e da toni perentori e minacciosi - contraddirebbe il quadro positivo delineato nelle relazioni trattamentali. Il giudice vi ravvisa un’attenzione prevalente per il benessere personale e per le condizioni favorevoli del reparto G8, nonché la pretesa di una posizione di superiorità rispetto agli altri detenuti. Da tali elementi deduce una persistente carenza di solidarietà e di rispetto verso le persone e le istituzioni, giudicata incompatibile con il percorso rieducativo.

Ho davanti agli occhi il testo che Fabio Falbo mi inviò per email il 29 agosto 2025. Non vi è alcun tono perentorio o minaccioso: emerge, al contrario, una richiesta di aiuto e una forte preoccupazione per le persone che l’Amministrazione aveva deciso di assegnare al reparto G8. Nella segnalazione si richiamava il caso di una persona transessuale affetta da TBC, alla quale era stata destinata una cella inagibile del reparto maschile anziché una sistemazione nel reparto che ospita le persone transessuali. Venivano inoltre segnalati diversi casi di persone con gravi disturbi psichiatrici, bisognose di adeguata assistenza psicologica e psichiatrica; una di loro, durante una crisi, aveva anche aggredito un agente di polizia penitenziaria. È davvero possibile dedurre da questa segnalazione una mancanza di solidarietà e di rispetto verso le persone e le istituzioni? Nella stessa email Falbo mi chiedeva, peraltro, di informare della situazione la Presidente del Tribunale di sorveglianza, la Camera Penale e i garanti dei detenuti.

Per quella email Fabio Falbo avrebbe meritato un encomio. Ha ricevuto, invece, l’ennesimo rigetto della richiesta di permesso premio, presentata per poter trascorrere alcune ore presso il VIC - Volontari in carcere, con sede a Roma in via Monte Velino. L’esito paradossale è che Falbo rischia di tornare completamente libero tra circa un anno, al termine della pena, senza aver mai potuto sperimentare gradualmente “il mondo fuori”. Una scelta che appare ben poco lungimirante da parte di chi dovrebbe favorire un percorso individualizzato di trattamento, orientato al futuro reinserimento sociale.

*Presidente di Nessuno tocchi Caino