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di Adelaide Pierucci

 

Il Messaggero, 26 novembre 2020

 

L’uomo non era stato visitato, curato solo con antinfiammatori. Visite sbrigative, una polmonite non diagnosticata e la morte in carcere, al reparto G11 di Rebibbia. A sette anni dalla morte di Danilo Orlandi, il trentenne di Primavalle con sei mesi da scontare e una bambina di 9 anni da crescere, è stato individuato un responsabile.

Ieri la Corte di appello di Roma, ribaltando la sentenza di primo grado, ha condannato per omicidio colposo uno dei medici in servizio a quattro mesi di carcere e al pagamento di una provvisionale di cinquantamila curo per i familiari. Confermata l’assoluzione invece per la collega, così, come stabilito in primo grado.

Danilo Orlandi morì il primo giugno del 2013 dopo pochi giorni di febbre alta, pallore, tachicardia Malanni che avrebbero dovuto essere letti con maggiore attenzione, secondo il pm Mario Ardigò. Invece venne visitato sporadicamente, curato con aspirine e antinfiammatori e attraverso colloqui, durante l’ultima settimana in cui si trovava in isolamento per problemi disciplinari. Uno stato di emarginazione che, di fatto, aveva impedito ai sanitari di accorgersi di quanto stava accadendo.

Dal diario clinico era risultato anche che nelle visite del 27, il 28 e il 29 maggio il detenuto non era stato nemmeno palpato tanto che, secondo la procura, non vennero rilevati per negligenza, i sintomi tipici specifici di una polmonite alveolare bilaterale batterica. Non risultano visite il 31 maggio, il giorno prima della morte. Proprio il giorno in cui la madre del ragazzo, Maria Brito, assistita nella battaglia legale dall’avvocato Stefano Maccioni, aveva visitato il figlio trovandolo febbricitante e debilitato.

Eppure tutti i bollettini medici degli ultimi giorni di vita di Danilo avevano concluso che non ci fosse “nessun fatto acuto da riferire”. Così le cure si erano basate su prodotti anti-infiammatori o analgesici, come Aulin, Ketoprofene e Randitina, al massimo l’antibiotico Augmentin. Niente di specifico per curare la grave forma di polmonite. Intanto, a settembre, è stato assolto l’allora direttore sanitario del carcere, Luciano Aloise. Era finito indagato con l’accusa di aver permesso la prassi delle visite lampo.