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rainews.it, 8 giugno 2026

Per offrire a 12 detenute una professione per il futuro reinserimento sociale. Il 10 giugno la Casa Circondariale Femminile G. Stefanini ospita il pranzo finale con la consegna dei diplomi professionali dopo 5 mesi di formazione. Tirare la sfoglia con la precisione di chi custodisce un segreto antico, calibrare il ripieno dei tortellini con gesti millimetrici, stendere i veli delle lasagne, strato dopo strato. Non siamo nella cucina di un ristorante stellato o in un’osteria storica, bensì nel cuore pulsante di Roma, all’interno della Casa Circondariale Femminile “Germana Stefanini” di Rebibbia. 

Qui, dove il tempo è spesso un macigno sospeso, dodici donne hanno saputo trasformare farina, uova e dedizione in una nuova promessa di futuro. Si chiama, con una felice e graffiante ironia, “Pasta al fresco”: un progetto di inclusione sociale e formazione professionale che celebrerà una tappa fondamentale il prossimo 10 giugno quando si terrà un pranzo condiviso, interamente preparato dalle detenute che, per 5 mesi, si sono rimboccate le maniche per imparare i segreti dell’arte culinaria. Il menù della giornata, un trionfo di tortellini, lasagne e agnolotti, sarà molto più di un pasto celebrativo: sarà la dimostrazione tangibile di una dignità riconquistata.

Promosso dalla direzione dell’Istituto penitenziario capitolino, in stretta collaborazione con Unicoop Etruria, questo percorso ha impegnato le partecipanti in cento ore di intensa attività. Non si tratta di un semplice passatempo per impiegare le ore vuote della detenzione, ma di un vero e proprio iter di alta formazione volto a strutturare la figura del pastaio, un operatore di pastificio esperto e uno dei pilastri più nobili e ricercati dell’artigianato culinario italiano. “L’art. 27 della Costituzione ci ricorda che la pena deve tendere alla rieducazione che passa attraverso l’acquisizione delle competenze, la valorizzazione della persona e il lavoro”, ha spiegato la direttrice del carcere, Nadia Fontana. In quest’ottica, ha aggiunto, “il carcere può e deve essere un luogo di rigenerazione e non di marginalizzazione”.

Le dodici corsiste sono state selezionate su base volontaria attraverso colloqui individuali, affiancate e sostenute costantemente dagli educatori e dalle educatrici della struttura. Il percorso didattico, strutturato per fondere la tradizione millenaria e l’innovazione contemporanea, non si è limitato alle sole attività di laboratorio. Oltre ad apprendere la chimica degli impasti, il rispetto delle tradizioni regionali e le tecniche di personalizzazione estetica e nutrizionale del piatto, le partecipanti hanno affrontato un vero e proprio tirocinio pratico all’interno dell’Istituto, applicando sul campo le abilità acquisite nella produzione e lavorazione della pasta.

A completare un profilo professionale solido e immediatamente spendibile nel mercato reale una volta scontata la pena, sono stati inseriti moduli teorici e normativi rigorosi: un corso di formazione HACCP per l’Igiene e la Sicurezza Alimentare e il percorso sulla salute e sicurezza sul lavoro ai sensi del D.Lgs. 81/2008. A spiegare il valore profondo dell’operazione è Alessandro Reale, coordinatore del progetto: “Il corso si pone l’obiettivo di fornire alle donne in regime di privazione della libertà personale le competenze tecniche necessarie per diventare pastaie qualificate. Mira a favorire il loro reinserimento nella società e nel mercato del lavoro, in linea con lo spirito delle norme che vedono nella pena uno strumento di recupero, promuovendo al contempo la crescita personale e l’autostima attraverso l’apprendimento di un antico mestiere artigianale. Spesso chi entra nel sistema carcerario rischia l’esclusione definitiva dal mondo del lavoro per mancanza di strumenti di riscatto adeguati”.

L’attesa per l’evento del 10 giugno dimostra come la cura del dettaglio e la manualità possano restituire la fiducia in sé stesse, elemento drammaticamente logorato dalla marginalizzazione carceraria. Un impatto confermato anche dalle parole di Simonetta Radi, Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Unicoop Etruria, che sottolinea l’importanza di “un percorso all’apparenza piccolo, ma che ha un impatto sociale profondo sulle persone coinvolte, trasmettendo dignità, speranza, riscatto sociale e valore umano. Offre un’opportunità concreta di crescita personale e professionale, favorendo un processo reale di autonomia e integrazione, rispondendo così al più alto mandato istituzionale della pena”.

L’appuntamento culminerà con la consegna degli attestati di qualifica professionale, che certificheranno il valore delle cento ore di corso e porranno ufficialmente le basi per la sfida più importante: il ritorno alla società civile. In un panorama nazionale in cui la recidiva resta un nodo critico, iniziative come “Pasta al fresco” dimostrano che il lavoro qualificato e l’attuazione concreta del principio rieducativo sono gli unici veri antidoti per evitare le recidive. Mentre fervono i preparativi per imbandire i tavoli a Rebibbia, nelle mani di queste dodici donne si consolida la sapienza di un mestiere che sa di casa, di condivisione e, soprattutto, di un futuro da scrivere finalmente in totale autonomia.