di Ilaria Sacchettoni
Corriere della Sera, 14 febbraio 2021
Malato psichiatrico assolto al processo è sorvegliato al policlinico Tor Vergata. La spesa per lo Stato è di 2.900 euro al giorno, ma così fra l'altro non viene curato.
Nella città che lamenta un deficit di agenti della polizia penitenziaria ce ne sono almeno due che, in questo momento, si stanno domandando: "Che ci faccio io qui?" Qui è la sorvegliatissima stanza del servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) dell'ospedale di Tor Vergata dove, dai primi di ottobre, è alloggiato un ragazzo di trent'anni, assolto dall'accusa di tentato omicidio nel maggio del 2020 in quanto malato psichiatrico e rimbalzato dal carcere di Regina Coeli alla camera-cella del policlinico di Roma Sud.
Il ragazzo, che chiameremo Sebastiano per tutelarne la privacy, è in attesa di un posto in una Rems, residenza sanitaria per l'esecuzione delle misure di sicurezza, dove però i posti sembrano esauriti. Il suo caso non prevede una soluzione a breve: il nome di Sebastiano compare in una lista d'attesa nella speranza che si liberi un posto in una Rems in tempi ragionevoli. Fra un anno. Un anno e mezzo. Forse di più.
Nel frattempo il ragazzo, né paziente né detenuto ma un po' di tutti e due, viene piantonato notte e giorno per il timore che possa dare in escandescenze. Due agenti si occupano di lui 24 ore su 24, con turni di sei ore ciascuno. Otto agenti ogni giorno dunque. A guardia di una persona che in realtà dovrebbe seguire una terapia psichiatrica in un centro specializzato, interagendo con altri pazienti e con la possibilità di uscire pur nel solo perimetro residenziale.
Sebastiano, invece, non può vedere nessuno a eccezione dei suoi medici e del suo avvocato (ma anche quest'ultimo subisce le restrizioni dell'epoca Covid) e come è ovvio non può uscire dalla sua stanza per nessuna ragione.
Questo piantonamento permanente ha naturalmente dei costi che gli addetti alla sorveglianza hanno quantificato in 1.200 euro al giorno per il servizio della penitenziaria più 1.700 euro, sempre al giorno, per il pernottamento nella camera di sicurezza ospedaliera. Si arriva così a 2.900 euro giornalieri che superano la retta quotidiana di una Rems. E alla cifra di circa 90 mila euro mensili, totale che batte largamente le somme spese per un detenuto comune. Lo si moltiplichi per un anno e si vedrà che il costo della misura supera di molto quanto occorrerebbe per aggiungere nuovi posti alla rete delle Rems laziali.
Sulla vicenda interviene il garante capitolino dei detenuti, Gabriella Stramaccioni: "Non tutte le storie hanno la medesima gravità, occorre un filtro che permetta di accedere alle strutture chi ne ha diritto. È il solo modo di prevenire abusi".
Il riferimento è al fatto che quei detenuti ai quali il giudice ha aperto la porta della residenza sanitaria in realtà continuano a restare in carcere per mancanza di posti nelle Rems. "Altre regioni - aggiunge la Stramaccioni - hanno dato il via a delle strutture per pazienti meno gravi dove la custodia è attenuata. Bisogna cominciare a ragionarci su anche nel Lazio".











