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di Susanna Schimperna

 

Il Garantista, 1 febbraio 2015

 

Quando nasce non è chiaro il suo sesso, o meglio, come dice lui, è "senza sesso". Così d'autorità suo padre lo iscrive all' anagrafe quale femmina, con un nome che lui rifiuterà sempre e che mi ha chiesto di non scrivere (unica limitazione che ha voluto mettermi, e su cui è stato fermissimo).

I genitori lo lasciano già a sei mesi dalla zia Ann, in Scozia, mentre vanno a cercare lavoro in Germania. A 4 anni lui dichiara alla zia che gli piace una bambina, piange quando viene chiamato col nome impostogli all'anagrafe, grida quando gli si ricorda che è una femmina. La zia capisce, o forse, semplicemente, rispetta: e lo chiama Anthony.

Il giorno in cui i genitori tornano a prenderlo lui scalpita, si ribella, si nasconde. Lo portano via lo stesso e con gli altri fratellini nati nel frattempo si trasferiscono a Luino (Varese), dove Anthony viene trattato come uno schiavo: pulizie della casa dalla mattina alla sera, spaccare la legna, proibito giocare, distrarsi, fare qualunque cosa che non sia lavorare e badare ai più piccoli.

Le poche volte che il padre, che per Anthony è il Mostro, lo trova a giocare, lo picchia a sangue, lo frusta o lo bastona, lo mette a pane e acqua chiuso in bagno per tre giorni. Divieto ovviamente di uscire con gli amichetti, un divieto che si estende anche al fratello sedicenne tanto amato e a cui costa la vita, perché quello una sera scappa da una finestrella della cantina e su un motorino ci rimette la pelle. Anthony vuole vederlo ancora una volta, il padre glielo nega. Mai Anthony viene chiamato per nome, solo con un fischio o indirettamente. Ma lui deve chiamare il padre "Signoria".

Anthony trova lavoro, lo perde, scappa di casa. È qui che comincia la sua vita randagia, con tanti lavori che non possono durare perché sui documenti c'è un nome da donna e una foto da uomo, con espedienti di sopravvivenza come fare il giro la sera dei macellai chiedendo pezzi di scarto per il cane, con ripari di fortuna come una buca vicina a un bosco in cui infilarsi per dormire. Poi arriva la malattia, la chemio. I farmaci sono cari, non è più questione solo di mangiare qualcosa.

Impara a rubacchiare nei bed and breakfast, riesce tra furtarelli e lavoretti a comprarsi persino una macchinaccia in cui dormire, e gli sembra felicità. Un giorno un uomo a cui chiede una sigaretta gli fa trovare al mattino, fuori dalla macchina, una vera colazione. Diventano amici, lui frequenta la sua casa, viene accolto e sfamato: "Quel calore mi faceva paura perché non ho mai provato una cosa così". Si era preso anche un cane, lo lascia a questa famiglia quando decide di partire per la Puglia. Quando ne parla piange ancora. Mentre va in Puglia gli sequestrano l'auto, non ha l'assicurazione. Dorme un po' nei campi, un po' da un parroco. Trova un nuovo amico, Domenico, che anche lui gli dà da mangiare e per un po' lo porta nella sua casa a cena, gli fa conoscere la famiglia.

A Roma lo arrestano. Non stragi, non omicidi, non traffico internazionale di droga, ma piccoli furti, guida senza assicurazione, irregolarità. Non può permettersi un avvocato, la sentenza è implacabile: 17 anni di galera sommando tutto.

Ha parole splendide per i poliziotti che lo portano in carcere, per la poliziotta che gli regala 10 euro per le sigarette, per la gentilezza di tutti. In carcere, dove devono dargli una cella singola nella sezione femminile per la sua situazione non prevista dalla legge, continua a ringraziare. Trova tutti umani, più delle persone incontrate fuori. "Il bello è che quando aprono le celle e le chiudono ti danno la buonanotte e il buongiorno" dice delle guardie.

Qui a Rebibbia, nel 2013, la storia di Anthony si intreccia con quella della scrittrice Nina Maroccolo. Lei da qualche anno tiene laboratori di prosa e poesia insieme a Plinio Perilli, ma nella sezione maschile. Ora per la prima volta si trova ad operare in quella femminile. Ha una concezione particolare del suo lavoro: "Gran parte della popolazione carceraria proviene da luoghi geografici ad alta percentuale di analfabetismo, e offrire cultura a chi intimamente la rifiuta significa eliminare ogni possibilità di dialogo, e declinare così verso il fallimento.

Solo l'ascolto poteva consentire il primo accesso di me "persona" ad altre "persone", che non vanno pensate solo come detenute, perché questa è già la formulazione di un pesante giudizio".

Attraverso i racconti, Nina è riuscita a creare dei "ponti". Aiutare i detenuti del suo laboratorio a ripercorrere le proprie esistenze ha significato per loro avere l'occasione di affrontare lutti vecchi e nuovi, e di trasformarli: rendendo così più sopportabile il dolore.

Con Anthony c'è stato anche di più. Nina ha cercato ogni strada possibile per aiutarlo anche legalmente, ma finora non c'è riuscita. Ha però scritto un libro insieme a lui, un libro bellissimo e straziante, che si chiama "Ero nato errore" (ed. Pagine). È stata Nina a parlarmi per mesi interi di Anthony, è stata lei a portargli le mie domande e raccogliere le sue risposte. La ringrazio per questo. Ecco dunque Anthony Wallace, 47 anni, uomo con nome anagrafico da donna, detenuto nel carcere femminile di Rebibbia, Roma. Ancora 15 anni e mezzo da scontare.

 

Cominciamo dall'inizio, Anthony. Dai suoi primi ricordi.

 

Giocavo con i bimbetti, andavamo a fare gli scherzi al pastore. Lui portava il gregge a pascolare e noi facevamo scappare le sue pecore. Poi ci siamo accorti dei collie, poveretti, dovevano riportare le pecore insieme. Il pastore si arrabbiava molto con loro, finché capì che eravamo noi, così andava a lamentarsi dai nostri genitori. Mi ricordo molto bene della Pasqua. Vivevo in Scozia allora. In Scozia la Pasqua è molto importante... Era bello perché ogni genitore nascondeva nel giardino ogni tipo di uova e noi bambini dovevamo trovarne il più possibile per diventare vincitori. Era come una caccia al tesoro.

 

E la scuola?

 

Il primo anno di scuola elementare l'ho fatto a Inverness. Mi ricordo che la maestra era del Galles, era bellissima, sembrava Lady Diana. Le classi non erano mischiate e la maestra mi aveva messo in quella maschile. Andavo d'accordo con i compagni, non avevo paura di niente. Un giorno un mio compagno, Steven, mi ha messo alla prova. Con delle pinzette cominciò a tirarmi i peli delle braccia. Era una sfida. Faceva male, ma io tenevo duro. Dopo queste prove di resistenza fisica sono diventato il capo di un gruppo di amichetti della stessa stirpe, quella legata ai celti, ai miti, a Re Artù, alle Crociate. Prendevamo dei pezzi di legno, li inchiodavamo e quelle erano le nostre spade. Ci facevamo anche male e la colpa, anche quando non ce l'avevo, doveva essere mia. I genitori litigavano fra loro per proteggere i figli, ma la cosa bella era che per noi quando finiva tutto non c'era rancore. La mia materia preferita era la Storia.

 

Lei chiama i suoi genitori l'Estranea e il Mostro. Ma poi per l'Estranea, sua madre, ha parole di pietà: dice che fino a un certo punto ha provato a difendervi, ma poi si è arresa perché era una vittima anche lei del Mostro. L'Estranea si è mai dimostrata tenera nei suoi confronti, lei ha mai pensato che le volesse bene?

 

Mia madre ha avuto qualche dolcezza, sì. Era dispiaciuta di non potere fare di più o dimostrare che mi voleva bene. Credo che capisse la mia sofferenza. Zia Ann è stata una madre vera, e mia madre mi aveva abbandonato dopo il parto e poi mi strappato via da zia Ann, da Inverness. Forse si sentiva in colpa per tutto questo. Comunque prima lei mi abbracciava, mi voleva davvero bene, ma non ha potuto darmi di più, perché era succube del Mostro. È da quel momento che mamma è diventata l'Estranea, da quando si è distaccata.

 

Non parla mai di amore e di rapporti sessuali. Non sono mai esistiti nella sua vita? C'è stata qualche donna, o qualche uomo, che ha fatto degli approcci con lei?

 

Nella mia vita ho avuto donne che ho amato. Amare una donna è una cosa bellissima e importante, perché la donna è molto superiore all'uomo, sa dare molto di più. Nella donna amo la dolcezza, la sensibilità, la sua forza e la voglia di capire. Dall'altro lato anche l'uomo deve avere queste qualità anche se spesso non è così... La donna cerca nell'uomo la complicità assoluta che comprende il rispetto. Non ammetto fare sesso con un'altra donna quando amo la mia... Sono un romantico...

Qui a Rebibbia aspetto la libertà per andare dall'amore che amo, ci apparteniamo e lei sarà sempre la mia donna. Io resisto soprattutto per lei che mi ha accettato subito, senza domande, mettendosi a rischio anche con la sua famiglia visto che è sposata. Ho vissuto questo amore anche per la delicatezza ed è stato coinvolgente come un terremoto. I rapporti sessuali li ho conosciuti molto prima, da ragazzo.

La prima volta ero spaventato, era stato talmente bello e le cose belle a volte ti spaventano. Ho scoperto cosa voleva dire due corpi in uno, l'amore totale. Io mi sono sempre sentito e sono eterosessuale. Ad esempio una volta un gay mi ha fatto delle avances, mi sono molto alterato e l'ho mandato a quel paese con tutto il rispetto per il suo essere omosessuale.

 

Non mi pare che lei abbia trovato aiuto nelle istituzioni. Può raccontare a chi ha provato a rivolgersi e cosa le hanno risposto?

 

Sono stato dagli assistenti sociali, in comunità che però erano per i tossici e gli alcolizzati, e io non c'entravo niente con queste realtà. Ho visitato molte strutture spiegando la mia situazione, non capivano mai la mia situazione identitaria, mi scambiavano per un trans ma io non ero un trans e loro non sapevano cosa fare. A Firenze ho chiesto aiuto all'Arci-Gay, spesso ai preti... La mia condizione è rara e stato rifiutato in tutto e da tutti, sono stato rifiutato dalla grande ignoranza, dalla facilità di giudicare, sbattuto a destra e a sinistra senza che nessuno mi aiutasse davvero.

Però ringrazio la comunità S. Egidio perché un piccolo aiuto loro me l'hanno dato.

 

Quali lavori ha fatto per mantenersi?

 

Ho fatto lo stalliere, il saldatore, il giardiniere, lo spaccalegna, aggiustavo frigoriferi. Per sopravvivenza sono stato poi obbligato a cominciare a rubare, e quando lo facevo stavo male, malissimo. Anche adesso sto male perché non è bello farlo, ma le istituzioni non mi hanno dato scelta.

 

Il fratello che amava è morto quando eravate ragazzi. Ha qualche rapporto con le sue cinque sorelle?

 

Nessuna mi ha mai aiutato e non ho più rapporti con loro dal 1982. Mi dispiace sapere che ho dei nipoti e non li conosco. Non so neanche se i miei nipoti sanno che esisto. Ho paura a pensare che potrebbero avere la stessa indole del Mostro. Ma sia chiaro: a questo punto non li voglio proprio conoscere.

 

Nel libro, lei parlando del carcere dice a Nina: "Qui dentro ho e sto ricevendo cose che fuori non ho mai avuto". Che cosa, precisamente?

 

Qui a Rebibbia mi hanno dato un po' di dignità, un lavoro che cercavo da anni e qualche intesa con le assistenti. Per esempio, io non potrei avere la giacca classica, ho chiesto il permesso e me la fanno tenere, e così il rasoio che tengo nella mia cella. La doccia la faccio da solo come solo sono nella cella.

 

Ha mai tentato di uccidersi?

 

È successo una volta sola, quando mi hanno scoperto il tumore. In quel periodo ero a Torino, mi buttai nel Po. Era la disperazione totale e non ero in me stesso, come quando non mangi da 2/3 settimane, non ti rendi più conto di quello che fai.

 

Lei è nella sezione femminile e in una cella singola. Preferirebbe stare nella sezione maschile?

 

Avrei preferito stare nella sezione maschile, ma se devo rimanere al femminile allora preferisco la cella singola. Qui al femminile le donne quando litigano sono peggio degli uomini, fanno rumore in qualunque orario... si mettono a cantare e a danzare, soprattutto le rom, e se provi a dire qualcosa ti saltano addosso. Io mi trovo al primo piano che è più tranquillo del secondo e terzo. Ho fatto qualche conoscenza, perché qui l'amicizia non esiste, anzi qualche volta le ragazze mi bussano alla porta e mi portano dolci e carne. Non voglio essere toccato, e mi rispettano. A loro voglio bene.

 

Si è sempre sentito diverso da tutti per le sue particolarità fisiche, per il suo essere nato di sesso indefinibile e poi diventato uomo, o sono stati gli altri a farla sentire diverso? E oggi come si sente? "Strano", come dice, solo per un fatto fisico o anche per altri motivi?


Gli altri mi hanno fatto sentire diverso, io invece mi sentivo "superiore" agli altri perché sono particolare. La particolarità sta nella fortuna di possedere come un fiuto e quindi di capire subito le situazioni. Ho forte l'istinto del pericolo, lo so riconoscere... come un animale che ha l'istinto di proteggersi. So riconoscere il bene e così il male. Amo il Tao perché i due opposti si attraggono. Faccio un esempio: è brutto rubare, ma una volta quando avevo rubato ho aiutato una donna con il suo bambino... Questa donna era povera e le avevo dato metà dei soldi rubati. Quel male che ho fatto si è trasformato in bene. Il male ha aiutato il bene... Dirò di più: mi sento un po' come un Tao, perché tutto il male che ho fatto, dato, è diventato bene, un bene che dentro ho sempre avuto.

Mi sento strano non per un fatto fisico, perché so cosa sono, ma è strano che sto lavorando, strano perché ho scritto un libro, strano che qualcuno crede in me, strano sentirsi amato, strano perché queste cose accadono in una vita normale che ho sempre cercato. Amo il mio fisico, il mio corpo, come sono e quello che sono.

 

Se uscisse dal carcere cosa vorrebbe fare, che vita vorrebbe avere?

 

Vorrei avere una vita normale, un posto di lavoro. Vorrei finalmente il documento nuovo, perché la mia natura sessuale è maschile, voglio essere Anthony nelle carte. E vorrei un tetto, non una galera.