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di Ilaria Sacchettoni

Corriere della Sera, 1 novembre 2024

“Ai detenuti cibi scaduti, verdure marce, latte con acqua”. Una truffa ai danni del Ministero della Giustizia, quella del cibo nelle carceri di Lazio e Abruzzo. Una “frode nelle pubbliche forniture” per utilizzare i termini del codice penale con i quali il procuratore aggiunto Paolo Ielo e la sostituta Giulia Guccione hanno ottenuto il processo nei confronti di Umberto e Achille Ventura, ai vertici della società omonima. La prima udienza è fissata per venerdì 22 novembre. Ma cosa accadeva (e tuttora accade se si considera che la ditta non è mai cambiata) dietro le sbarre di penitenziari come ad esempio la popolosissima Rebibbia? Qui la società appaltatrice forniva “intenzionalmente alimenti scadenti non aventi le qualità indicate dal capitolato di gara” si legge nelle carte. Quei prodotti venivano camuffati “con vari espedienti” individuati dai finanzieri del Nucleo di polizia valutaria che hanno effettuato prelievi di cibo sotto la direzione dei magistrati. E che, in seguito, hanno sottoposto ad analisi di laboratorio il contenuto. Il risultato che se ne ricava appare sconcertante e descrive una vera e propria truffa ai danni dell’amministrazione penitenziaria.

“Ridotto il peso degli alimenti” - Ventura, infatti, riduceva “il peso degli alimenti forniti anche in misura inferiore rispetto alla tabella ministeriale, mescolando la carne con alimenti di qualità inferiore o gonfiando le salsicce con acqua, o ancora optando per carni con percentuali di grasso superiori al 25% o diluendo il latte con acqua; ovvero mescolando latte intero con latte scremato”. Nulla era ciò che appariva secondo la tabella di composizione degli alimenti. Lo scandalo era emerso durante la consiliatura di Virgilia Raggi, quando l’allora garante comunale, Gabriella Stramaccioni, aveva portato in Procura le lamentele dei detenuti, costretti giorno dopo giorno a un regime alimentare pressoché punitivo.

Le prove - I pm hanno raccolto prove inconfutabili di una truffa clamorosa che, nel silenzio di molti, andava avanti attraverso escamotage plateali. Stando alla richiesta di rinvio a giudizio si modificavano “le etichette dei prodotti” per somministrarli ben oltre la data di scadenza, si offriva burro ed olio “di qualità diverse e deteriori rispetto a quelle indicate nel capitolato ovvero pasta all’uovo non contenente i nutrienti dichiarati, ovvero frutta e verdura marce”. In tutto ciò la ditta aggiudicatrice dell’appalto guadagnava con il meccanismo del sopravvitto, ossia lo spaccio interno al penitenziario, i cui prodotti lievitavano di prezzo “artatamente”. Un meccanismo perverso censurato a suo tempo anche dalla magistratura contabile.

Le testimonianze dei detenuti - Al processo saranno acquisite le testimonianze dei detenuti che, a proprio rischio e pericolo (e in qualche caso subendo ritorsioni), hanno raccontato ciò che avveniva nelle cucine del carcere. Caffè confezionato con i fondi, carni che scolorivano a contatto con l’acqua, insaccati scadenti, latte insapore e il resto. Alla vigilia dell’udienza fissata dal Tribunale ecco il commento di Stramaccioni: “É la conferma che quanto segnalato in maniera documentata alla Procura, pur procurandomi un inspiegabile isolamento, era vero”.