di Franco Giubilei
La Stampa, 30 dicembre 2019
Valerio Guerrieri aveva ventun anni quando si impiccò nel carcere di Regina Coeli, a Roma, il 24 febbraio del 2017. "Era un ragazzo con disturbi del comportamento, secondo l'ultima diagnosi", dice la madre Ester Morassi, e in quella cella non ci sarebbe dovuto stare, perché il giudice ne aveva riconosciuto la seminfermità in un processo per rapina, disponendone il ricovero in una Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza, ndr).
Il 16 febbraio, otto giorni prima di morire, Valerio ha scritto una lettera al fratello in cui diceva che era stanco, che non ne poteva più di stare in cella, che si svegliava al mattino e stava male", racconta la madre riepilogando le tappe di una vita difficile, fatta di permanenze in strutture riabilitative e psicofarmaci pesanti, reati e trattamenti sanitari obbligatori.
Dopo che Valerio si uccide annodandosi al collo le lenzuola della sua branda, Ester non si rassegna e si rivolge all'associazione Antigone, che le affianca la legale Simona Filippi e porta il caso davanti alla magistratura: "Ne sono nati due procedimenti - spiega l'avvocato. Il primo per omissione d'atti d'ufficio e indebita limitazione della libertà personale, a carico della direttrice di Regina Coeli e di due funzionari del Dap. Due volte il pm ha chiesto l'archiviazione e due volte il giudice ha accolto la nostra opposizione, perché la disposizione di ricovero in Rems è rimasta ineseguita e perché non si è dato corso alla revoca della custodia in carcere. Ora siamo in attesa della nuova udienza".
La seconda inchiesta, per omicidio colposo, ha visto il rinvio a giudizio di sette agenti di polizia penitenziaria e uno psicologo, l'udienza è fissata per il prossimo 26 febbraio. Ma la storia di Valerio, al di là degli aspetti processuali, pone in tutta la sua drammaticità la questione dell'inefficienza del sistema di trattamento del disagio psichico in carcere: "Da114 febbraio, quando è stato portato a Regina Coeli, al 24 febbraio, quando si è suicidato, nessuno ha mosso un dito per mio figlio - dice la madre. Lì dentro tutti potevano fare la differenza: agenti, psicologi, la direzione, ma nessuno l'ha fatto perché, secondo me, ne avevano fin sopra i capelli di Valerio. Rompeva le scatole, ma lo faceva perché andava curato".
I problemi del ragazzo cominciano a 12 anni, età della prima diagnosi come "borderline con lievi disturbi psico-maniacali", a 14 anni il ricovero in una struttura riabilitativa, a 16 il furto di una moto e il carcere minorile, commutato in un nuovo ricovero.
Nel 2014 è coinvolto in tre rapine, ma il giudice riconosce l'inadeguatezza del regime carcerario e lo rimanda in un centro riabilitativo. "Una volta gli hanno dato il Tso (trattamento sanitario obbligatorio, ndr), ma lui è scappato, l'hanno ripreso e portato in carcere, quindi lo hanno mandato all'Opg di Secondigliano, dov'è rimasto un anno, finché lo hanno destinato a una struttura riabilitativa a Subiaco". Poi Regina Coeli, la Rems di Ceccano, tutto questo fra fughe e altri ricoveri, fino all'ultima, fatale detenzione a Regina Coeli. "Se fosse stato curato in modo giusto, non sarebbe finito così".









