di Valeria Arnaldi
Il Messaggero, 26 febbraio 2026
Laboratori di ceramica, uncinetto e riciclo creativo: le attività culturali invitano le detenute a raccontarsi. E aprono nuovi scenari per il domani. Strumento di crescita, mezzo per la presa di coscienza dei lati più difficili del proprio vissuto ma anche dei talenti sopiti o, a volte, perfino, da scoprire. È anche così che l’arte - in generale, la cultura - entra nelle carceri. Laboratori proposti da associazioni, magari con la partecipazione di artisti, permettono di indagare emozioni e situazioni complesse, stabilendo anche connessioni e dialogo tra la comunità dentro le mura e quella fuori.
È accaduto così per l’imponente installazione Valkyrie Venus dell’artista portoghese Joana Vasconcelos, cuore della mostra Venus - Valentino Garavani through the eyes of Joana Vasconcelos, curata da Pamela Golbin, ospitata fino al 31 maggio presso PM23, spazio culturale della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, a Roma. L’opera, lunga tredici metri, è stata realizzata anche grazie a una serie di laboratori creativi, che hanno visto il coinvolgimento di più realtà cittadine, inclusa la Casa circondariale femminile di Rebibbia, nell’Urbe.
“Il processo comunitario ha dato origine a una sezione dell’opera Valkyrie Venus ed è stato, prima di tutto, un atto di incontro e di condivisione”, racconta Joana Vasconcelos. “Dopo che la sfida ci è stata presentata, alcuni artigiani dell’Atelier hanno incontrato i partecipanti. Questi momenti non sono stati soltanto occasioni per imparare la tecnica dell’uncinetto, ma veri e propri spazi di scambio e riflessione sul ruolo della creazione manuale. Ogni elemento realizzato porta con sé una storia, che confluisce nel corpo dell’opera”. Ecco l’idea del dialogo, della condivisione. Più ancora, della connessione.
“L’opera si arricchisce di questo gesto collettivo, amplificato anche dal lavoro svolto in Atelier, dove oltre cinquanta persone hanno contribuito alla sua realizzazione - continua Vasconcelos - Valkyrie Venus diventa così una metafora della trasmissione del sapere e della resistenza, un luogo in cui tutti si riconoscono parte di un medesimo movimento creativo”. A promuovere il ciclo di laboratori e il dialogo con la Casa Circondariale è stata la Fondazione Severino, che aveva già realizzato un ciclo di laboratori ad hoc per Benu, installazione dell’artista Eugenio Tibaldi, creata a seguito di un laboratorio con le detenute di Rebibbia.
“L’iter per ottenere le autorizzazioni è complesso, anche per gli strumenti potenzialmente pericolosi che si utilizzano, ma i laboratori sono strumenti davvero importanti di trasformazione - spiega Eleonora Di Benedetto, consigliera della Fondazione Severino - permettono di sviluppare competenze trasversali e di portare alla luce talenti o interessi, che molte non hanno avuto modo neppure di esplorare. Gli effetti sono straordinari. Per questo stiamo pensando di svilupparli”.
Particolare attenzione è dedicata alle donne. “Spesso sono vittime di violenza e sono state costrette dagli uomini delle loro famiglie a compiere i reati per i quali sono in carcere - prosegue Di Benedetto - queste attività culturali per loro sono anche modi per esprimersi e raccontarsi. Vale per la ceramica, la scrittura, il riciclo creativo e molto altro”. La partecipazione è alta. “Solo tra le detenute di Rebibbia, abbiamo avuto circa cento partecipanti per la ceramica, altrettante per il riciclo creativo. Oltre sessanta per Benu, circa cinquanta per l’opera di Vasconcelos. In alcuni casi abbiamo dovuto aumentare i laboratori e, nello specifico per le creazioni a uncinetto realizzate per l’opera dell’artista portoghese, dato l’alto numero di richieste, abbiamo portato avanti i laboratori anche dopo aver raggiunto l’obiettivo prefissato”.
Ora si guarda al futuro e anche a nuove attività. “Stiamo lavorando per attivare un circolo di lettura presso la Casa femminile di Rebibbia. La richiesta ci è arrivata proprio dall’Istituto - racconta Di Benedetto - Vorremmo realizzare, prima dell’estate, una serie di incontri con scrittori, preceduti dalla lettura dei loro libri e da un’introduzione al tema fatta dai nostri operatori. Ci piacerebbe creare anche un Cineclub, con appuntamenti con alcuni attori e registi. Inoltre, con Tibaldi, pensiamo di realizzare un nuovo ciclo di attività incentrate su disegno e mito, in carceri del Nord Italia. E molto altro”. Così la prospettiva cambia. Anche la narrazione.









