di Paola Severino
La Repubblica, 22 aprile 2025
Il racconto dell’ex Ministro della Giustizia: “Si inginocchiò sul pavimento, rifiutando anche un cuscino. Aveva due scarpe grosse da contadino, un simbolo di rinuncia al potere terreno”. Ricordo bene la sera in cui Papa Francesco venne eletto: mi trovavo in via Arenula in uno degli ultimi giorni del mio mandato di Ministro della Giustizia e attraverso lo schermo della televisione vidi comparire, insieme a milioni di altre persone, quella immagine così iconica del nuovo Papa che si affacciava al balcone e salutava la folla in quel suo modo semplice e profondo, cui ci saremmo negli anni abituati, ma che ci disse subito tante cose, anche attraverso quegli occhi brillanti il cui messaggio arrivava sincero e diretto. In quello stesso momento sentii il grande desiderio di accompagnare il Papa a fare una visita al carcere.
Sarebbe stato uno degli ultimi atti del mio mandato e uno dei primi del Santo Padre, ma certo non mi sembrava facile entrare in contatto con lui. Mi venne però l’idea di chiamare Marco Tarquinio, mio vecchio amico e direttore all’epoca del quotidiano l’Avvenire. Detto fatto, e poche ore dopo il Papa aveva deciso di venire a visitare il carcere minorile di Casal del Marmo il successivo giovedì santo e di fare la lavanda dei piedi a 12 giovani detenuti. Ma le sorprese non erano finite, perché Francesco si presentò all’appuntamento a bordo di una piccola utilitaria grigia, accompagnato da un disperato responsabile della sicurezza vaticana che ancora non aveva metabolizzato il nuovo corso delle trasferte papali.
La cerimonia si svolse nella più grande commozione: uno dei ragazzi prescelti svenne addirittura per l’emozione, il Papa si inginocchiò sul pavimento, rifiutando anche il conforto di un cuscino e dalla sua tonaca spuntarono due scarpe grosse, più adatte ad un contadino che ad un Pontefice. Quelle scarpe diventarono subito il simbolo della sua rinuncia a tutto ciò che poteva ricordare anche vagamente il potere terreno. Ma quando si passò ai discorsi, subito dopo la liturgia, tutti comprendemmo la grandezza della sua missione: via i testi che entrambi avevamo scritto, si parlava solo a braccio e si puntava dritto all’anima di questi ragazzi, a loro volta presi da un turbamento non comune in giovani cui la vita aveva mostrato il volto più duro ed aggressivo.
È stato così che ci siamo abituati ad un Papa sempre attento ai bisogni e al rispetto della dignità degli “ultimi” che simbolicamente ha voluto iniziare e concludere la sua grande missione con una visita al carcere. Quella che ha voluto realizzare qualche giorno fa a Regina Coeli, quando il peso della sua grave malattia lo avrebbe certamente sconsigliato, rappresenta uno dei punti più alti del suo testamento spirituale.











