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di Camillo Barone


reporternuovo.it, 10 gennaio 2020

 

Un pub diverso dagli altri nel cuore del quartiere Appio-Tuscolano a Roma: "Vale la Pena" è il simbolo dell'integrazione sociale dei detenuti in Italia. Luci calde e accoglienti, reti metalliche che delimitano i tavolini, il bancone del bar nascosto da sbarre in ferro. Nel cuore del quartiere Appio-Tuscolano a Roma si trova un pub aperto da oltre due anni che colpisce subito all'occhio per l'arredamento alternativo: alla vista tutto sembra rievocare un carcere, eppure si tratta di un luogo che trasuda rinascita e solidarietà in ogni angolo.

Il nome del pub è già un programma, "Vale la Pena". Si tratta di un progetto sociale nato grazie a un'idea di un fisioterapista del Servizio sanitario nazionale, Paolo Strano, che per lavoro frequenta i detenuti delle carceri di Roma. Col tempo Paolo scopre la realtà del mondo carcerario, imparando ciò che quasi nessuno immagina, ovvero che il reinserimento sociale e lavorativo per un detenuto in Italia è molto difficile, se non impossibile, a causa dei costi di mantenimento e delle spese processuali che è chiamato a pagare una volta scontata la pena.

In media infatti in Italia ogni carcerato, una volta uscito dalla prigione, deve pagare una somma pari a circa 90 euro mensili per ciascun mese speso in carcere. In alcuni casi i detenuti pagano queste somme lavorando per il carcere già durante lo sconto della pena, in altri casi invece vengono assunti da imprese sociali di economia carceraria, mentre molti, non lavorando in alcun modo, si ritrovano somme di denaro ingenti da pagare allo stato una volta scontata la pena.

Di fronte a queste somme, il 68% dei detenuti in Italia (dati ministero della Giustizia) torna a delinquere per potersi permettere una vita dignitosa, rendendo inutile il periodo di espiazione trascorso in carcere, e quindi arrecando un doppio danno a tutto il sistema nazionale.

È il problema della cosiddetta "recidiva", che da anni in Italia resta una questione aperta. Inoltre, alla fine della pena ogni detenuto non riacquista automaticamente tutti i diritti persi una volta entrato in carcere: servono infatti numerosi permessi costosi per rifare una semplice patente, una carta d'identità per l'espatrio e un passaporto, insomma tutto l'occorrente necessario per tornare a lavorare come qualsiasi cittadino libero.

Di fronte a queste scoperte, Paolo Strano decide di lasciare il suo lavoro sicuro da fisioterapista e fonda la Onlus "Semi di Libertà", aprendo un birrificio artigianale nel carcere di Rebibbia e offrendo un posto di lavoro a numerosi detenuti che si alternano nei mesi.

Dopo poco tempo nasce il pub "Vale la Pena" nel quartiere Appio, in cui i detenuti in stato di libertà vigilata vengono regolarmente assunti con stipendio e contributi. Grazie ad uno studente dell'università Luiss, Oscar La Rosa, il pub ha appena vissuto un'evoluzione importante: da pochi mesi infatti dentro il locale sono in vendita prodotti interamente "made in carcere".

Dalla pasta fatta a mano dai detenuti dell'Ucciardone di Palermo ai taralli delle carceri di Siracusa e Ragusa, dal miele prodotto dai carcerati di Vasto al caffè macinato della casa circondariale femminile di Pozzuoli: tutto ormai nel pub "Vale la Pena" parla di reinserimento lavorativo e quindi di giustizia sociale, compreso le persone che ci lavorano ogni giorno.

Simone, 39 anni, è infatti un ex detenuto che ha appena finito di scontare una pena di 10 anni, e da ottobre è ormai parte integrante del pub tuscolano. "Se è vero che tu vai in galera per espiare la tua colpa, quando esci non sei più nessuno, devi ricominciare tutto da capo. I detenuti non sono aiutati in nessun modo dallo stato, per questo molti ricorrono alla via più facile, e l'unico modo per poter campare è tornare a fare reati" dice con tono pacato ma deciso.

Grazie a "Semi di Libertà" Onlus oggi Simone ha ricominciato a lavorare da cittadino in piena regola, ma il suo percorso non è stato semplice, così come non lo è per migliaia di detenuti che ogni giorno in Italia finiscono di scontare una pena senza sapere dove andare, cosa fare e con quali mezzi cercare un lavoro per sopravvivere.

"Sogniamo che questo pub possa diventare luogo di ritrovo, di studio e di relazioni per tutti gli abitanti della comunità, dove liberamente si possano condividere storie e legami" esclama convinta Veronica, che da volontaria nel pub ha sposato la causa del reinserimento lavorativo dei detenuti da anni. "Perché senza la cultura delle relazioni non possiamo andare da nessuna parte", compresa la direzione della giustizia e della piena integrazione sociale.