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di Arianna Egle Ventre e Giacomo Zandonini

Il Manifesto, 10 luglio 2024

Dal Pakistan a Torpignattara, Mohammad Ishaq Khan era stato condannato per tentato furto. “La giudice non ha potuto disporre accertamenti né è stato possibile attivarsi a livello difensivo. Si rileva una chiusura ermetica del sistema carcerario”, dice l’avvocato Dini Modigliani. “Davvero nelle carceri italiane le persone possono morire così?”, ha chiesto incredulo Irshad dopo aver saputo del decesso del fratello minore: Mohammad Ishaq Khan. La salma è arrivata all’aeroporto di Islamabad, capitale del Pakistan, il 2 luglio. Ad attenderla tutta la famiglia. Secondo la comunicazione ufficiale ricevuta dall’avvocato difensore, lo scorso 4 giugno il detenuto si sarebbe tolto la vita nel carcere romano di Regina Coeli.

La Casa circondariale è una delle poche ancora sopravvissute nei centri storici italiani e detiene un record inquietante. Subito dopo la morte di Khan, una nota congiunta dei Garanti per i diritti dei detenuti del comune di Roma e della regione Lazio ha spiegato che Regina Coeli è il carcere italiano con il maggior numero di suicidi: 15 dal gennaio 2020 alla fine del mese scorso. Un record negativo che si accompagna a un altro dato: con il 183% di presenze rispetto ai posti disponibili è anche il carcere più sovraffollato della penisola.

Quello di Khan era il trentanovesimo suicidio dietro le sbarre del 2024, ma il conto è già salito a 54 (gli ultimi due tra lunedì e martedì a Potenza e Varese). In ognuno di questi casi dietro un nome e un numero c’è una storia personale, intessuta di relazioni e progetti, scontratasi con l’assenza di diritti in carcere. Nel quartiere romano di Torpignattara, dove aveva trovato sostegno e amicizie affrontando con fatica la precarietà della vita da rifugiato, Khan amava definirsi “quello delle pannocchie”. Nell’estate 2023, appena ventiseienne (anche se per i documenti italiani gli anni erano 31), aveva trascorso un breve periodo a vendere il mais lungo la spiaggia del Circeo, nel sud del Lazio, con un carretto autocostruito. Le parole di Khan, raccolte dalla casa di produzione AntropicA che su di lui stava girando un documentario, e le testimonianze dei parenti lontani raccontano di una vita in viaggio.

Il ragazzo era cresciuto nella regione di Mohmand Agency, area di confine con l’Afghanistan che fa parte del Pakistan, abitata da comunità di lingua e cultura pashto. Un territorio travagliato, che spinge molti giovani a partire. Così Khan arriva in Turchia, poi incontra la violenza delle frontiere balcaniche, l’Austria e un approdo incerto nel Lazio, dove ottiene i documenti. Vive la strada e una precarietà lavorativa e abitativa che rafforzano e riflettono quella personale. Pur se non autorizzata, la vendita delle pannocchie è un piccolo progetto di riscatto che però viene interrotto improvvisamente: la polizia gli sequestra il carretto.

Khan sente di affondare in un terreno ostile. Prova ad arrangiarsi. Riceve una condanna per tentato furto: due anni e otto mesi. Dal carcere, però, non uscirà più. Perché dopo meno di otto mesi di detenzione il suo corpo viene trovato esanime in una cella della settima sezione: nel gergo carcerario la definiscono il “braccio degli infami”. “Il suicidio di Ishaq è l’ennesimo che avviene in quella parte del carcere. È da tempo che chiediamo sia chiusa”, denuncia Valentina Calderone, Garante dei diritti dei detenuti del comune di Roma.

Dai primi di luglio Khan riposa in un cimitero di Mohmand Agency. Una targa su un cumulo di pietre, immersa tra montagne maestose. “Ogni giorno arrivano persone per farci le condoglianze”, racconta al telefono il fratello. Chiede sia fatta luce sulla morte “anche per evitare che succeda ancora”. Le indagini in corso dovranno chiarire se l’incolumità del detenuto è stata tutelata a dovere. Pochi giorni prima del decesso, Khan era stato finito in regime di grandissima sorveglianza, il quale può derivare da esigenze di sicurezza dell’istituto o della persona. Di questo, però, non è stata data notizia né alla giudice titolare, né all’avvocato difensore Andrea Dini Modigliani.

Il legale spiega che “in assenza di notizie nei giorni precedenti al suicidio, la giudice non ha potuto disporre per tempo alcun accertamento, né è stato possibile attivarsi a livello difensivo. Emerge una chiusura ermetica del sistema carcerario”. Secondo le informazioni raccolte da Calderone sembra che Khan abbia subito violenze da altri detenuti e avrebbe manifestato paura di essere spostato nel settimo reparto. Il trasferimento, però, è avvenuto ugualmente. Proprio nel giorno del decesso. Per Calderone ciò “deve far scaturire domande sul fatto che quello di Khan sia un suicidio annunciato”.

Nell’anno in cui le persone che si sono tolte la vita dietro le sbarre si avviano a segnare un nuovo record, battendo le 85 del 2022, l’Unione delle camere penali italiane (Ucpi) ha proclamato tre giorni di astensione dalle udienze, da oggi al 12 luglio. “La protesta segue una maratona oratoria di denuncia della situazione - spiega l’avvocata Maria Brucale, responsabile della commissione carcere della camera penale di Roma - Le misure adottate dal governo non sono neppure dei palliativi rispetto all’urgenza di provvedimenti deflattivi, vista la più che patologica situazione di sovraffollamento”.