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di Luigi Manconi

La Repubblica, 15 giugno 2022

A Roma molte persone, soprattutto quelle che frequentano le associazioni del terzo settore, hanno sentito nominare almeno una volta Modesta Valenti. Ma in pochi conoscono la sua storia. Il suo nome è inciso su una targa che si trova presso il binario 1 della stazione Termini, sul lato di Via Marsala. Sul marmo è scritto: “in memoria di Modesta Valenti. Anziana senza dimora simbolo delle persone che vivono per strada. Morta in questo luogo il 31 gennaio 1983. La città di Roma la ricorda perché nessuno muoia più abbandonato”.

Modesta Valenti aveva lasciato Trieste, la città dove era nata e cresciuta, dopo un ricovero in ospedale psichiatrico. Era giunta a Roma e qui aveva vissuto molto tempo per strada. È morta a 71 anni, dopo quattro ore di agonia e dopo che, nonostante gli allarmi e le chiamate, nessun mezzo di soccorso si era assunto la responsabilità di portarla in ospedale.

Quasi vent’anni dopo la morte della donna l’amministrazione capitolina decise di sostituire il nome di via della Casa Comunale con quello di via Modesta Valenti. Si tratta della via convenzionale che il Comune ha messo a disposizione per fornire una residenza ai senza dimora. È una pratica diffusa in moltissime città e permette a chi non ha un domicilio di non rimanere totalmente escluso dal sistema di cittadinanza.

Sono numerosi i casi in cui le vie hanno cambiato nome in memoria di persone morte per strada o di chi si è impegnato ad assistere i senza dimora. A Bologna via dei Senzatetto è stata rinominata Via Mariano Tuccella, morto il 30 settembre del 2007 in seguito a una violenta aggressione; a Firenze la via per i senzacasa è dedicata a Libero Leandro Lastrucci, assistente sociale e direttore dell’Albergo Popolare; a Napoli si trova Via Alfredo Renzi, un clochard morto di freddo; a Brindisi, via Francesco Fersini, rimasto ucciso nel 1994.

È grazie a queste vie “inventate”, non rintracciabili sulle mappe delle città, che le persone senza dimora non vengono escluse dall’iscrizione anagrafica, che costituisce lo strumento essenziale per esercitare il diritto di voto, ottenere documenti, inoltrare domande di sussidi, accedere a prestazioni sanitarie, richiedere o rinnovare il permesso di soggiorno. Nel corso del tempo le procedure degli uffici anagrafici a Roma - ma non solo - sono cambiate in senso restrittivo, richiedendo requisiti e documenti ulteriori rispetto a quelli previsti dalla legge e creando uno scarto tra la popolazione “di fatto” e quella “di diritto”.

C’è da aggiungere, in particolare, che dopo l’entrata in vigore del cosiddetto Piano Casa (2014), la situazione è precipitata. L’articolo 5 della normativa, infatti, vieta l’iscrizione anagrafica a chi occupa abusivamente e senza titolo un immobile, alimentando una prassi che richiede la dimostrazione di un titolo di godimento legale dell’immobile. A essere escluse dal diritto alla residenza sono quindi non solo coloro che vivono “in occupazione”, ma anche chi, per esempio, abita in una casa senza un contratto di locazione (si pensi ai numerosi casi di affitti “in nero”).

A Roma tale dinamica ha costretto molte persone a dover chiedere l’iscrizione anagrafica presso l’indirizzo di via Modesta Valenti, che dovrebbe invece avere la funzione di garantire l’accesso ai diritti connessi alla residenza a coloro che effettivamente non hanno dimora e che vivono per strada.

Da qui la necessità - ineludibile e urgente - di affrontare le conseguenze perverse di quell’articolo 5 del Piano Casa per arrivare alla sua abolizione. In molte città sono in corso iniziative di mobilitazione collettiva e negoziati con le amministrazioni comunali: e numerosi sindaci si sono impegnati a trovare una soluzione. Il 7 giugno scorso, grazie all’azione e alla pressione di movimenti e associazioni (come Asgi e A Buon Diritto onlus), che da anni si occupano del tema - si pensi alla campagna nazionale “Batti il 5!” - il Consiglio comunale di Roma Capitale ha approvato una mozione dove si impegnano il Sindaco e la Giunta capitolina a derogare all’art. 5 del Piano Casa in presenza di persone fragili e a farsi portavoce di un dialogo con il governo per procedere alla sua abrogazione. In altre parole, si vuole evitare che una norma che pretendeva di affermare la legalità si trasformi definitivamente in un fattore di irregolarità e disordine sociale.