di Fabio Falbo
huffingtonpost.it, 30 settembre 2026
Era nato grazie a un gruppo di volontari, poi sostenuto dall’Asl. Che però ora ha rescisso il contratto. Il rischio che i detenuti più fragili perdano l’ultimo supporto: “Quando si chiudono le porte della cura, si spalancano quelle della sofferenza, dell’abbandono e della recidiva”. Mentre si annunciano trasferimenti impossibili verso le comunità terapeutiche, a dicembre 2026 chiuderà a Rebibbia uno dei pochi servizi che da tredici anni intercetta il disagio sommerso delle dipendenze: lo Sportello conosciuto come “Una porta aperta in un mondo di porte chiuse”.
In questa storia c’è il teatro dell’assurdo della giustizia italiana che continua a produrre numeri destinati a rimanere numeri. Da mesi viene riproposta come soluzione al sovraffollamento carcerario l’ipotesi del trasferimento di 10.000 persone detenute con problematiche di dipendenza patologica nelle comunità terapeutiche esterne. È un annuncio di grande impatto mediatico, che tuttavia si scontra con una realtà difficilmente aggirabile visto che i posti realmente disponibili nelle comunità sono una minima frazione di quelli evocati nel dibattito pubblico (molto sotto delle mille unità) e risultano già in larga parte occupati.
La questione assume contorni ancora più paradossali se si considera ciò che accade dentro gli istituti penitenziari. Da tempo sostengo che i numeri ufficiali sulle dipendenze rappresentino soltanto una porzione del fenomeno, perché migliaia di persone entrano in carcere senza essere mai state formalmente prese in carico dai servizi territoriali. Molte di loro presentano storie di abuso, fragilità e necessità di interventi specialistici, ma restano invisibili alle statistiche. Oggi non conosciamo con precisione la consistenza reale del problema, appare difficile immaginare soluzioni costruite su numeri che non trovano corrispondenza né nei posti disponibili né nelle risorse effettivamente esistenti.
Nel frattempo, mentre si progettano trasferimenti teorici, a Rebibbia Nuovo Complesso chiuderà per sempre una delle poche esperienze che negli ultimi anni ha svolto un lavoro quotidiano di intercettazione del disagio nascosto. Lo sportello “Una porta aperta in un mondo di porte chiuse” nasce nel 2013 grazie all’impegno di volontari, tirocinanti e giovani del servizio civile che, in assenza di strumenti adeguati, decisero di intervenire direttamente per dare ascolto a una sofferenza che nessuno riusciva più a contenere.
Nel 2016 quel gruppo si è strutturato associativamente per garantire continuità al progetto, soltanto dopo sono arrivati i primi strumenti amministrativi che ne hanno consentito il consolidamento attraverso il sistema sanitario territoriale. Oggi questa esperienza garantisce la presenza di 10 professionisti specializzati che operano a supporto delle attività del Ser.D. interno all’istituto, il dato assume una rilevanza enorme se confrontato con quello relativo all’organico strutturato del servizio pubblico: gli operatori del Ser.D. interno sono infatti appena 9. Una parte significativa del lavoro di ascolto, orientamento e sostegno si regge proprio su quella rete costruita negli anni grazie alla collaborazione tra Sanità pubblica e Terzo Settore.
Il problema è che il progetto si avvia verso la conclusione e in assenza di nuovi interventi, la soppressione definitiva è prevista entro dicembre 2026. La conseguenza non sarà soltanto la perdita di dieci professionalità che per oltre un decennio hanno operato dentro il carcere. A scomparire sarà soprattutto un presidio capace di raggiungere quelle persone che non compaiono nelle statistiche, che spesso non si rivolgono spontaneamente ai servizi e che vivono condizioni di fragilità profonda aggravate dalla detenzione.
La funzione di questo sportello non è mai stata quella di produrre numeri o riempire moduli, il suo valore è sempre stato quello di intercettare il sommerso attraverso gruppi di parola, attività di ascolto e percorsi relazionali. Molte persone hanno trovato uno spazio dove smettere, almeno per qualche ora, di essere definite esclusivamente dal proprio reato, dalla propria dipendenza o dalla propria posizione giuridica. Alcuni hanno riscoperto competenze, passioni e interessi dimenticati; altri hanno trovato nell’ironia e nel confronto collettivo una difesa contro l’angoscia e la disperazione; altri ancora hanno potuto condividere esperienze traumatiche che diversamente sarebbero rimaste sepolte nel silenzio della cella.
In un sistema penitenziario in cui il disagio psicologico cresce insieme al sovraffollamento, la parola e la relazione costituiscono spesso l’ultimo punto di contatto con la possibilità di non arrendersi. Eliminare questi spazi significherebbe aumentare ulteriormente il peso che grava su strutture già in affanno e privare molte persone di uno dei pochi strumenti di sostegno concretamente accessibili. Il rischio chiusura dello sportello non può essere considerata una questione marginale o esclusivamente amministrativa. Mentre si discute di migliaia di trasferimenti difficilmente realizzabili, si rischia di smantellare uno dei pochi presidi che già oggi opera concretamente sul terreno delle fragilità, delle dipendenze e della prevenzione del disagio. In questo contesto appare doveroso riconoscere l’attenzione che il Presidente della Regione Lazio ha sempre dimostrato verso le problematiche del mondo penitenziario. Negli anni non sono mancate presenza, sensibilità istituzionale e disponibilità al confronto con chi opera quotidianamente negli istituti. Proprio per questo c’è la fiducia che una realtà tanto importante non venga lasciata nell’indifferenza e che si individuino rapidamente le soluzioni necessarie per garantirne la prosecuzione.
Una possibilità esiste ed è concreta: consentire ai Ser.D. territoriali di sviluppare nuove forme di collaborazione strutturata con il Terzo Settore, assicurando continuità ai progetti che hanno dimostrato efficacia e preservando un patrimonio di esperienza costruito in anni di lavoro. La vera domanda allora non riguarda i 10.000 posti annunciati, riguarda le dieci persone che oggi lavorano dentro il carcere e che rischiano di non esserci più domani. Perché dobbiamo ricordare che le dipendenze patologiche sono malattie croniche e recidivanti che non si curano dietro una porta blindata né attraverso la sola somministrazione di farmaci.
Chiudere quello sportello significherebbe privare il carcere di uno degli ultimi strumenti capaci di intercettare la sofferenza sommersa, di mantenere vivo il legame umano e di costruire un ponte verso i futuri percorsi terapeutici esterni. Se quella porta dovesse chiudersi davvero, non assisteremmo soltanto alla fine di un progetto, assisteremmo alla perdita di una delle poche reti che impediscono a molte persone di sprofondare nell’isolamento, nella disperazione e nell’abbandono. Prima ancora che una questione politica, è una questione di legalità costituzionale. Per tale ragione, il primo appello deve essere rivolto alla Magistratura di Sorveglianza, cui l’ordinamento affida il compito di vigilare affinché l’esecuzione della pena si svolga nel rispetto della dignità della persona e della finalità rieducativa sancita dall’articolo 27 della Costituzione.
La soppressione dello sportello “Una porta aperta in un mondo di porte chiuse” e la perdita di dieci professionisti specializzati non rappresentano soltanto una riduzione di servizi. Significano nella pratica quotidiana, meno colloqui, meno osservazione scientifica della personalità, meno segnalazioni al Ser.D., meno relazioni socio-sanitarie, meno programmi terapeutici, meno sostegno nella predisposizione di percorsi individualizzati. Significano inevitabilmente un rallentamento, e in molti casi un vero e proprio arresto, delle pratiche necessarie per l’accesso ai percorsi di cura e alle misure alternative.
Quando vengono meno le figure che intercettano il disagio, orientano le persone detenute e costruiscono il ponte tra il carcere e il territorio, non si interrompe soltanto un servizio, si interrompe la possibilità concreta di trasformare una fragilità in un progetto di recupero. Per questo motivo chiediamo alla Magistratura di Sorveglianza di verificare attentamente gli effetti che questa scelta produrrà sulla popolazione detenuta e sui percorsi trattamentali in essere.
L’appello è rivolto anche al Ministro della Giustizia Carlo Nordio, se l’obiettivo dichiarato è quello di favorire percorsi terapeutici esterni per migliaia di persone con dipendenze patologiche, occorre innanzitutto impedire che vengano smantellate proprio quelle strutture umane e professionali che rendono possibile l’individuazione dei soggetti fragili e la costruzione dei programmi di recupero.
Allo stesso modo, rivolgiamo un appello al Presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, affinché valuti personalmente le conseguenze della soppressione di questo presidio: non una scelta puramente amministrativa, ma qualcosa che incide direttamente sulla salute mentale, sulla prevenzione del suicidio, sul contrasto alle dipendenze e sulla sicurezza collettiva.
Se davvero si intende ridurre la recidiva e dare attuazione ai principi costituzionali, non è questo il momento di sottrarre risorse umane al carcere, è il momento di rafforzarle. Perché ogni professionista che viene allontanato da Rebibbia è una possibilità di recupero che viene sottratta a una persona detenuta. E quando si chiudono le porte della cura, inevitabilmente si spalancano quelle della sofferenza, dell’abbandono e della recidiva.









