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di Eraldo Affinati


Corriere della Sera, 13 aprile 2015

 

Quando, nel febbraio del 2008, i fratelli Taviani vinsero l'Orso d'Oro al festival di Berlino con Cesare deve morire, un film al quale avevano partecipato come attori diversi detenuti del carcere di Rebibbia, alcuni tirarono in ballo perfino Cesare Beccaria.

Ecco un modello esemplare di rieducazione del condannato, si disse, citando il grande autore di Dei delitti e delle pene, il cui spirito è stato pienamente raccolto nel dettato costituzionale di questa Repubblica. Dopo solo tre anni Antonio Frasca, il quale nella pellicola ha interpretato il ruolo di Marcantonio, viene trasferito in un altro istituto.

Lo ricordiamo fra i muri grigi, con la veste imperiale gettata sulle spalle, impegnato nella celebre arringa shakespeariana: "Amici romani, concittadini, prestatemi le vostre orecchie; sono venuto a seppellire Cesare, non a tesserne l'elogio. Il male che gli uomini fanno, sopravvive loro; il bene è spesso sepolto con le loro ossa".

Parole che oggi valgono doppio. Il provvedimento non ha riguardato soltanto lui. Ad aver sloggiato dal penitenziario romano ci sono anche studenti iscritti all'università che stavano facendo un difficile percorso di riqualificazione dietro le sbarre, nonché Gianfranco Polifroni, responsabile dell'orto nel reparto di Alta sicurezza.

La motivazione sarebbe legata all'esigenza di "sfollare" l'ambiente della reclusione. Si sa che la burocrazia è cieca e i suoi meccanismi possono mortificare qualsiasi atto di buona volontà. Tuttavia sembra incredibile che un'esperienza virtuosa come quella suddetta possa essere gettata alle ortiche in questo modo. Forse qualcosa ci sfugge. Ma, anche a prescindere dal caso specifico, che tutti speriamo venga riconsiderato, sullo sfondo resta il tema cardine del delitto e della pena. Basta entrare in un carcere per gettare uno sguardo negli abissi della natura umana. Tu magari credi che lì ci siano i reietti della società. Poi fai presto a prendere atto di un'altra evidenza: fra chi sta dentro e chi sta fuori lo scarto a volte è minimo.

Colpisce la potenza umana delle persone recluse, come se la prigionia intensificasse la loro dimensione emotiva: ti vengono sotto gli occhi alla maniera dei dannati dell'Inferno dantesco, schiacciati dal peso dell'errore commesso, perfino quando lo negano. Sono spesso disperati, quasi sapessero di non poter più cambiar vita, incapaci di rispondere "Sì" alla recente esortazione rivolta da Papa Francesco ai criminali. In realtà c'è sempre tempo, ma i percorsi di riabilitazione non si possono fare da soli. L'istituzione pubblica li deve favorire.