di Roberto Monteforte
Non Tutti Sanno, 1 agosto 2026
La denuncia della Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, Marina Finiti. Il magistrato e il Tribunale di Sorveglianza sono guardati con rispetto e timore dalla popolazione detenuta. è loro la competenza sulla richiesta di benefici e istanze, la concessione o il rigetto di un permesso premio. Insomma, magistrati e Tribunale di Sorveglianza hanno nelle loro mani molto della vita della persona reclusa. Con un compito delicato: sovraintendono all’esecuzione penale, tutelando sia i diritti della persona reclusa, che l’esigenza di sicurezza della collettività. Le loro competenze sono aumentate in questi anni. Ma non hanno avuto né mezzi e né personale. In tempi dove tutto è digitalizzato, sono ancora al fascicolo cartaceo del detenuto.
Un vero paradosso, soprattutto di fronte all’emergenza carceri e al dramma del sovraffollamento. Per quello di Roma la situazione è ancora più grave. Lo sanno bene i detenuti e i loro avvocati che hanno presentato istanze, anche urgenti, con tempi di attesa indefiniti. Questo finisce per ledere non solo la credibilità professionale di un avvocato, ma mette in discussione tutto il sistema giustizia. Per denunciare questa situazione lo scorso 25 giugno si è tenuta la Marcia per la Giustizia che ha avuto come protagonista oltre alle Camere Penali di Roma e nazionali, la presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma, la dott.ssa Marina Finiti a nome del suo ufficio. Perché senza mezzi e personale adeguati non è possibile tutelare i diritti delle persone detenute e il loro reinserimento nella società, così come prescrive l’art. 27 della Costituzione.
Ci riceve nel suo ufficio. La scrivania con una pila di fascicoli da esaminare e lei turbata da una grande preoccupazione, la situazione nelle carceri con il caldo terribile di questi giorni, la sofferenza dei detenuti e le possibili proteste.
Presidente Finiti, grazie per averci dedicato il suo tempo. Un presidente di Tribunale di Sorveglianza che marcia con i rappresentanti dell’Avvocatura per avere dal Ministero mezzi e risorse indispensabili per assolvere ai suoi compiti, è una notizia. Ci aiuta a capire la specificità del Tribunale che presiede?
La magistratura di sorveglianza è quella che interviene dopo l’irrevocabilità della condanna penale, sovrintende alla sua esecuzione e concede le misure alternative qualora ne ricorrano i presupposti. Perché, ricordiamolo, l’articolo 27 della Costituzione parla di pene e non di pena. La condanna penale, infatti, non va eseguita solo in carcere, a fronte delle 64.700 persone detenute in carcere, ne abbiamo praticamente il doppio, ben 130 mila in esecuzione di misure alternative. Va chiarito che se l’esecuzione penale limita la libertà personale dell’individuo, non la cancella. Vi è un residuo spazio di libertà personale che resta al condannato e che può essere utilizzata sia all’interno degli istituti penitenziari che all’esterno, visto che è prevista la possibilità di avere accesso ai benefici penitenziari. Con il procedere dell’esecuzione penale questa limitazione della libertà personale, gradualmente si riduce, mentre si amplia lo spazio di libertà all’esterno con la concessione di benefici, sino all’accesso alle misure alternative. Che prevedono spazi di libertà più o meno ampli, con prescrizioni da rispettare, ma, cosa importane, generalmente nel proprio nucleo familiare.
Si dà applicazione all’articolo 27 della Costituzione, che indica chiaramente come finalità della pena sia il reinserimento nella società del condannato che resta un cittadino titolare dei suoi diritti fondamentali…
Sono diritti che permangono inalterati anche nel condannato, salvo una porzione della libertà personale che necessariamente viene limitata, ma non annullata. Lo ribadiscono chiaramente sentenze della Corte Costituzionale, della Cassazione e della Corte Europea per i diritti dell’uomo. In particolare, resta inalterata la titolarità del diritto alla salute sia per il detenuto italiano che per l’extracomunitario.
Tocca un nervo scoperto. Sono tantissime le segnalazioni di visite mediche saltate per mancanza della scorta della polizia penitenziaria. Ma così il diritto alla cura non resta solo sulla carta?
Negli ultimi due anni abbiamo visto ridursi notevolmente il diritto alla salute, visto che sono saltate giornalmente il 60-70 % delle visite programmate. La ragione è sempre quella della mancata disponibilità del personale della polizia penitenziaria di scorta. Saltano anche visite importanti, come quelle oncologiche o di altre patologie gravi che necessitano di monitoraggio o diagnosi preventiva o costante. Questo è pericoloso e inaccettabile, tanto più che abbiamo una popolazione carceraria mediamente anziana, quindi con patologie che aumentano nel numero e in intensità.
Allora, cosa fare?
Intanto realizzare le Case della salute all’interno degli istituti penitenziari. Dal maggio 2024 a Regina Coeli vi è un centro clinico di altissimo livello con due sale operatorie e altri servizi all’avanguardia. A quanto si apprende la Regione Lazio, il Dap e la Asl Roma2 hanno siglato un accordo per costituire una Casa della Comunità all’interno del Plesso di Rebibbia. Dovrebbe disporre di medici generici e specialistici in grado di rispondere adeguatamente alle esigenze di cura e alla formulazione tempestiva di diagnosi per la popolazione detenuta. Sarebbe una soluzione importante, perché si ridurrebbe moltissimo il problema delle scorte e delle visite che saltano.
Stiamo parlando di diritti delle persone detenute. Ma con il sovraffollamento delle nostre carceri, oggettivamente è difficile parlare di diritti e dignità della persona reclusa…
L’ho constatato personalmente. Giro spesso negli istituti di pena del distretto di Roma e del Lazio e ho incontrato anche situazioni critiche, anche rivolte, come in passato a Regina Coeli. Sono intervenuta personalmente perché sono convinta che sia compito del magistrato di sorveglianza avere un contatto diretto con il condannato, anche in queste circostanze. Che sia suo compito ascoltare le ragioni delle proteste che a volte hanno motivi fondati. Dopo questi incontri le proteste spesso rientrano. Ascoltare e responsabilizzare il condannato fa parte dei nostri compiti. L’esecuzione della pena deve diventare un’opportunità per persone che abbiamo il compito di recuperare effettivamente alla società. In questo modo non solo diamo attuazione all’articolo 27 della Costituzione, ma possiamo anche abbattere il pericolo di recidiva. Questo va nell’interesse di tutta la collettività. Serve anche un’osmosi, una sinergia tra la collettività libera che opera all’esterno e gli istituti di pena. Dobbiamo fare in modo che le imprese entrino negli istituti di pena e offrano opportunità di lavoro, un’offerta d’istruzione di ogni ordine e grado o una possibilità di qualificazione professionale, perché questo fa la differenza.
Non teme per la sua sicurezza?
Vado nei penitenziari in piena tranquillità. Sento di avere conquistato il rispetto della popolazione detenuta, perché riconosce il mio impegno e quello dei miei colleghi, a garanzia dei loro diritti, soprattutto i diritti umani. Vedo che il contatto diretto con il magistrato è auspicato anche dai detenuti e ritengo che rappresenti un vero “collante” del sistema. Non dimentichiamoci che ci troviamo di fronte a situazioni dove spesso i diritti umani vengono violati e che il sovraffollamento è in antitesi con il trattamento che è alla base della rieducazione e dell’articolo 27 della Costituzione.
Qual è la prerogativa del giudice di prossimità?
Se il giudice di cognizione deve ricostruire un fatto, quindi guarda al passato, accerta il reato e con la sentenza formalmente si “libera” del “fascicolo”, il magistrato di sorveglianza continua ad avere rapporti costanti con il detenuto e con chi sconta una misura esterna. Non si disinteressa mai del suo percorso di vita, mantiene un rapporto di prossimità perché la sua è una valutazione prognostica: non deve ricostruire o valutare il passato, ma guardare al dopo. Avendo chiaro che il reato non è la persona e che è su questa che bisogna lavorare sia gli operatori penitenziari, che la società civile, per favorirne il reinserimento e farne un soggetto che aderisce a valori socialmente condivisi.
Il vostro è un compito impegnativo e delicato. Ma servono i mezzi che però non avete…
Il percorso penale è uno e la Magistratura di sorveglianza ne gestisce l’ultimo tratto, quello dell’esecuzione. Per questo è grave che il Pnnr abbia escluso da tutte le implementazioni umane e strumentali proprio la Sorveglianza. Il legislatore e il ministero di Giustizia ci hanno abbandonato a noi stessi per tanto tempo, pur avendo consapevolezza della condizione drammatica in cui operavamo in tutta Italia, non solo a Roma. Siamo sempre stati considerati la Cenerentola delle Cenerentole. E questo è un grave vulnus del sistema giustizia.
Presidente, vediamole queste criticità…
Intanto grazie al Pnnr si sono accelerati i tempi del processo penale, riducendo l’arretrato. Sono tutte sentenze che sono passate sui nostri tavoli, senza che sia arrivato alcun sostegno in mezzi e risorse. In tutta Italia siamo 258 giudici di sorveglianza a fronte di 64.700 persone detenute, 130 mila in esecuzione esterna e circa 100 mila “liberi sospesi”, persone con condanna inferiore ai quattro anni che da almeno quattro anni dalla condanna aspettano di sapere se avranno pene alternative o la detenzione in carcere.
Non sarà migliore la situazione al Tribunale di Sorveglianza di Roma?
Dal mio arrivo al Tribunale di Sorveglianza di Roma nel febbraio del 2024 ho visto più pensionamenti, trasferimenti e abbandoni che nuovi ingressi. Abbiamo una pianta organica del personale amministrativo ferma agli anni 80, con un aumento di sole due unità. Al momento mancano 22 unità amministrative sulle 77 previste. Abbiamo solo 2 cancellieri su 14 e 3 direttori amministrativi sui 6 che dovremmo avere. Mentre aumentano le nostre competenze con gli effetti della riforma Cartabia con l’introduzione della giustizia riparativa e la possibilità del giudice della cognizione di irrorare pene alternative. Lo sa che siamo costretti ad andare avanti con i fascicoli cartacei? Per il Distretto di Roma che comprende anche le altre province del Lazio, siamo complessivamente 21 magistrati che, oltre al lavoro ordinario e allo smaltimento di quello arretrato, devono gestire 45 mila sopravvenienze l’anno, quindi circa 2.000 pratiche a testa, oltre l’arretrato che riusciamo ad intaccare in minima parte”.
È paradossale, oggi che tutto è informatizzato….
Quando sono arrivata alla Sorveglianza, ho provato ad introdurre il “fascicolo elettronico del detenuto”. Non è stato possibile. Eppure, sarebbe indispensabile visto che gestiamo il condannato per decenni. Abbiamo anche la competenza esclusiva su collaboratori di giustizia sottoposti a programmi di protezione in tutta Italia e sui reclami dei detenuti al 41 bis contro i decreti del Ministero. Se rivendico con orgoglio, anche a nome dei colleghi, la nostra funzione di presidio ineludibile per la tutela dei diritti umani dei detenuti, devo pure denunciare le gravi difficoltà dei nostri uffici. Un problema che riguarda tutti i Tribunali di sorveglianza e che ha spinto i loro Presidenti a scrivere una lettera aperta al Presidente della Repubblica e al ministro Nordio chiedendo attenzione nell’assegnazione del personale. Continuando così siamo nell’impossibilità di lavorare.
È su questa emergenza che nasce il fronte comune con le Camere Penali di Roma?
È necessaria una corresponsabilizzazione di tutti i soggetti coinvolti. Per questo è stato davvero importante quanto è avvenuto lo scorso 25 giugno con la Marcia per la Giustizia. Ho visto finalmente magistratura e avvocatura marciare assieme dal Tribunale di Sorveglianza di Roma sino alla sede del Ministero della Giustizia a via Arenula. Vi erano tutti i rappresentanti dell’Avvocatura a partire dall’Unione delle Camere Penali ed anche il garante regionale del Lazio dei detenuti, prof Stefano Anastasia che ringrazio per la costante attenzione. È stato un momento molto entusiasmante per me e per gli avvocati. Vedremo se qualche risposta arriverà. Intanto dobbiamo lavorare tutti per un unico fine: per una giustizia che sia degna di questo nome. La mia preoccupazione è che possa saltare il sistema penale. Anche per questo ciascuno si assumi le proprie responsabilità. Non ci possono essere Cenerentole, visto che il destino della giustizia è comune.










