di Rinaldo Frignani
Corriere della Sera, 9 agosto 2022
“Si è rischiata la tragedia, il problema ignorato è quello della carenza di organico per la vigilanza del carcere”. Tredici reclusi potrebbero ora essere trasferiti mentre il reparto G6 è stato chiuso perché inagibile.
In tredici, guidati da un detenuto con problemi psichici che da tre mesi attende in trasferimento in una struttura adeguata, come una Rems (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza), hanno messo a ferro e fuoco nella notte di domenica l’intero reparto G6 al pianterreno del carcere di Rebibbia, in via Tiburtina. Al punto che la direttrice Rosella Santoro lo ha dovuto chiudere perché inagibile a causa dei danni provocati dall’incendio appiccato dai reclusi. E solo per un caso fortunato, ma grazie anche agli aeratori fatti installare proprio dalla direttrice nelle celle del reparto lo scorso anno, non ci sono stati intossicati o peggio.
Non ci sono stati feriti, né fra i detenuti, allontanati dal luogo nel quale le fiamme avevano ormai avvolto le “camere di pernottamento”, come vengono definite oggi le celle di Rebibbia, nè fra gli agenti della Penitenziaria intervenuti alle quattro di notte, alcuni dei quali dopo essere stati richiamati a casa dai colleghi o negli alloggi di servizio. Di guardia, per 1.400 detenuti, c’erano infatti solo 11 poliziotti. La rivolta dei detenuti del G6, reparto di transito per nuovi giunti occupato ora anche da detenuti problematici e violenti, provenienti anche da altri istituti oppure in attesa di trasferimento, è scoppiata dopo una serie di richieste di assistenza sanitaria che secondo la Penitenziaria sono state anche esaudite dal personale che si trovava nel reparto. Da qui il sospetto che in realtà si sia trattato solo di un pretesto per scatenare la sommossa.










