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La Ragione, 6 luglio 2021


In pochi giorni la cella numero 37 di Rebibbia - cinque metri quadri di vecchiume, sporcizia e cattivi odori - è diventata la mia casa. Ho due lauree, sono una commercialista di successo, conduco una vita agiata e appena arrivata qui il primo istinto era stato il rigetto: io Rebibbia non sapevo neanche in quale zona di Roma si trovasse. Contro di me le accuse di bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita e riciclaggio; davanti a me chissà quanto tempo dietro le sbarre. Ho capito subito che per non impazzire avrei dovuto cercare di adattarmi.

Così ho iniziato a vivere la nuova realtà in cui ero stata catapultata. In questo mi hanno aiutato le altre detenute, le mie concelline: in un primo momento mi guardavano con distacco, poi a poco a poco si sono aperte e mi hanno accolto nel loro mondo. Si è instaurato un rapporto di fiducia e di confidenza. Quelle che non sapevano né leggere né scrivere hanno approfittato del mio aiuto per mandare lettere a casa o preparare atti giudiziari.

Il carcere è un luogo disumano che serve solo a rendere più tristi, cattive e brutte le persone. L'unica cosa che ti fa sentire ancora un individuo sono le altre detenute: cercano di farti stare meglio, forse perché capiscono che devono fare di tutto per evitare che ti suicidi. Com'è accaduto a una mia vicina di cella, Annalisa. Un giorno un agente penitenziario apre lo spioncino del blindo della cella e sibila: "Prendi la tua roba, sei in uscita".

Ero lì dentro da 135 giorni, mi aspettavano altri sette mesi e mezzo agli arresti domiciliaci. Stordita, ho raccolto le mie cose, salutato le mie amiche con le lacrime agli occhi e mi sono incamminata lungo i corridoi. "Non voltarti indietro - mi aveva raccomandato una concellina - perché se ti guardi alle spalle finirai per tornare qui dentro". (Daniela Candeloro, assolta dopo sei anni e due mesi di processi. Tra i protagonisti di "Non voltarti indietro", il primo docufilm sugli errori giudiziari in Italia, realizzato dall'Associazione Errorigiudiziari.com)