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di Maria Lucia Tangorra

Oggi, 8 gennaio 2026

“La cucina mi ha salvato la vita, prima in cella e adesso nel mio ristorante”, confessa Massimiliano Orsini. “Da adolescente sono caduto nel buco nero della droga e dei soldi facili”. Poi la svolta. Il rapporto recuperato con il figlio. “La sensazione è stata brutta perché non mi rivedo più in quel mondo”. Con questa franchezza lo chef Massimiliano Orsini racconta a Oggi cosa ha significato per lui tornare, da uomo libero, nel carcere romano di Rebibbia dove è stato detenuto in passato per reati legati allo spaccio.

L’occasione è stata l’iniziativa “L’ALTrA Cucina… per un Pranzo d’Amore” realizzata dall’associazione Prison Fellowship Italia, che ha coinvolto 56 istituti penitenziari in tutta Italia. Nella sezione maschile per il dodicesimo anno l’oste e cuoco Filippo La Mantia e per la prima volta lo chef Massimiliano Orsini hanno preparato un Pranzo di Natale per detenuti e personale, con la collaborazione anche di artisti. Massimiliano Orsini sa bene di aver commesso degli errori e che sia giusto pagare (nel suo caso tre anni tra Regina Coeli, Rebibbia, Civitavecchia, con alcuni permessi lavorativi, e detenzione domiciliare).

Ha la durezza di chi ha conosciuto la strada e visto le morti per overdose di persone conosciute. E la sincerità di chi non ha bisogno di edulcorare gli sbagli. Guarda dritto negli occhi l’interlocutore e i suoi di occhi si illuminano quando parla del figlio appena nato, di quello più grande con cui non servono parole per intendersi, dei pochi veri amici, delle donne che gli sono accanto: la madre e la moglie.

Poi, non per ultima, c’è la cucina. “Mia nonna materna faceva ogni pasta a mano, nonno preparava i pizzoccheri. Anche in cella cucinavo io. Sono riuscito a trasformare questa passione in lavoro. Senza la cucina adesso sarei morto”.

 Come è caduto in quel buco nero che l’ha portata in carcere?

“Da adolescente sono stato coinvolto nello spaccio da un amico che faceva parte della banda della Magliana: mi aveva incuriosito tutto quel movimento di soldi”.

 Nel romanzo autobiografico che ha scritto, (Merlino Edizioni), racconta la fascinazione avuta nei confronti dei soldi facili...

“Quando si entra in carcere conosci gente che appartiene a determinati giri. La prima volta in cui sono stato arrestato hanno sospeso la pena dopo pochissimo per cui ammetto di non essermi spaventato. Ed è così che esci e ricominci”.

 Un incontro fondamentale è stato quello con lo psichiatra Valerio al Sert …

“C’è chi va al Sert per avere sconti di pena; io sentivo la necessità di dire basta e cominciare a fare i conti con me stesso. Con lui è rimasto un rapporto umano anche ora che lavora in Svezia. Alcune persone ti aiutano, al di là della propria professione, molto più di chi ti è vicino. Sono uscito dalla tossicodipendenza e mi ha supportato anche nel liberarmi da altre dipendenze, come il sesso e i soldi”.

 Sei arresti. Come guarda a quel periodo?

“Avrei dovuto comprendere già dopo il primo arresto che direzione prendere e non ricadere, ma non avevo visto alternative. Poi, se sono così maturato, è anche per ciò che ho attraversato”.

 Cos’è accaduto?

“La cucina mi ha salvato la vita. Ho sempre avuto la propensione per la manualità, ho cominciato col cantiere, ho fatto anche l’elettricista e questo bagaglio mi è tornato utile ora che ho un ristorante mio, Komos Talenti. Qui ho creato io gli impianti, ho verniciato, riorganizzato lo spazio. Mia madre Patrizia mi ha aiutato nel rilevare questo posto, vendendo casa sua e credendo nella possibilità che potessi farcela”.

 Ha fatto la gavetta, prima...

“In un locale di cui sono diventato socio ho servito ai tavoli, curato la contabilità e nel frattempo assorbivo con gli occhi. Una sera c’era il pienone e il cuoco, dopo una brutta discussione col mio socio, ha deciso di andarsene. Non ci ho pensato un attimo, ho avvertito un’adrenalina indescrivibile, sono entrato in cucina e da quel momento non l’ho lasciata più. Ho cercato di imparare leggendo libri specializzati, sperimentando. Dopo è arrivata l’esperienza a Ostia, sette giorni su sette da maggio a ottobre mi ha temprato. In quel periodo la mia ex compagna portava mio figlio Gabriele, che si inorgogliva quando i clienti mi salutavano con “Ciao chef”. Con lui ho dovuto ricostruire un rapporto, avendo intrapreso quella cattiva strada quando era piccolo. Lei non gli ha mai parlato male di me, sono stato io a raccontargli la verità. Oggi, quando se la sente, mi aiuta in cucina perché non posso permettermi un sous chef, è venuto con me anche per il pranzo di Natale a Rebibbia”.

 Massimiliano, si può davvero ripulire la reputazione?

“Non so se accada fino in fondo perché la società vive di pregiudizi. Anche se sei in carcere per fare beneficenza da persona libera, se magari hai certi tatuaggi qualcuno ti scambia per un detenuto. Vorrei poter fare di più per chi è dentro, magari qualche corso base in modo che qualcuno possa poi farne un lavoro. Per scacciare la voglia di tornare a compiere reati una volta fuori, bisogna dare delle alternative concrete. Ho voluto scrivere il libro soprattutto pensando ai ragazzi perché possano sapere che dietro certe azioni ci sono delle conseguenze che ricadono su di te e sulle persone che ti sono accanto. Non so cosa vorrà fare mio figlio Gabriele ma spero che non debba pagare il prezzo di avere un padre con precedenti penali”.

 Lunedì 15 dicembre è nato il suo secondo figlio, Francesco, tanto voluto da lei e sua moglie Federica. Che valore ha?

“Non l’ho ancora realizzato, è stato molto emozionante essere accanto a lei in sala parto. Sono contento che anche Gabriele sia vicino al fratellino”.

 Che paura ha adesso?

“Con l’avvocato, attendevamo il calcolo del cumulo di pena da scontare. È arrivato il conteggio: 4 anni e 1 giorno. Ecco per quel solo giorno in più potrebbero decidere che debba tornare dentro. Ho paura di lasciare tutto, non vedere il piccolino muovere i primi passi, non stare accanto alle scelte di Gabriele, perdere il ristorante. Ho fatto un percorso terapeutico, lavoro nelle cucine da più di dieci anni, coi sacrifici di tutti abbiamo costruito ciò che c’è ora e mi auguro che questo valga per chi dovrà decidere”.