di Andrea Ossino e Giuseppe Scarpa
La Repubblica, 29 settembre 2022
Quando è stata diffusa la notizia della morte di Levan Mamiseishvili, nessuno poteva pensare che dietro quello che è stato prontamente bollato come un suicidio, il terzo avvenuto nel carcere di Regina Coeli dall’inizio dell’anno, potesse celarsi una realtà più profonda.
Ma i dubbi messi nero su bianco dall’avvocato Francesco Monarca raccontano una storia complessa che adesso è approdata in tribunale, tra le aule riservate alle udienze preliminari. Perché dalle indagini, sostiene il legale, non emerge neanche “lo strumento col quale il detenuto si sia suicidato”. Le testimonianze ripercorrono la vicenda a partire dalle 11 del mattino dello scorso 13 marzo, quando un agente della penitenziaria sente “grida provenire dalla stanza”.
Era la numero 7, al primo piano della sesta sezione di Regina Coeli, il carcere in cui 1.000 detenuti provenienti da 70 nazionalità vengono ospitati malgrado una capienza che oscilla tra i 600 e gli 800 posti. Levan era “per terra che si reggeva con la mano la fronte sanguinante”, racconta il secondino. I racconti dei detenuti si alternano tra “una lite con il compagno di cella durante il riposo del mattino”, un “dormivo” e un “avrà sbattuto sul ferro della branda”.
Quel che è certo è che Levan, Georgiano di 39 anni, è finito in infermeria, dove sarebbe andato in escandescenza urlando e togliendosi la maglietta. Inutili i tentativi di calmarlo. E a quanto pare anche di sorvegliarlo, visto che è stato trovato “appeso alle grate della finestra”. Per la procura è un suicidio e il caso va archiviato. L’avvocato Monarca, che assiste la famiglia della vittima, si oppone e vuole capire come si sarebbe impiccato Levan e perché non sia stato sorvegliato.
Il penalista ipotizza che potrebbe trattarsi di una “morte in conseguenza di un altro reato”, del probabile litigio avvenuto in cella. Una cosa è certa: dall’inizio dell’anno, a Regina Coeli, le criticità sono state diverse. C’è il marocchino di 24 anni morto a febbraio dopo aver inalato gas e il pakistano suicidatosi dopo un soggiorno nella “cella liscia”, la stessa stanza in cui lo scorso agosto un egiziano è stato ristretto in condizioni disumane, con l’unica finestra sigillata nonostante il caldo, il lavabo otturato, il water rotto, le formiche nel pavimento e le pareti sporche di materiale organico, come il corpo dell’uomo. C’è anche la “morte naturale” di Carmine Garofalo, avvenuta lo scorso 16 agosto e adesso oggetto di un’indagine per omicidio. E poi tentativi di suicidio e violenze sessuali.
“Oltre al sovraffollamento a Regina Coeli ci sono persone con problemi psichiatrici - spiega la garante dei detenuti, Gabriella Stramaccioni - Vi è carenza di personale. È un carcere obsoleto con tanti detenuti con pene definitive che non dovrebbero essere lì perché non hanno possibilità di fare un percorso rieducativo e lavorativo”.









