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di Stefania Piras

Il Messaggero, 25 ottobre 2025

L’idea raccontata in un volume di Gabriele Donnini che parla di come e perché ci si tatua in cella (e perché è ancora vietato). Il più bravo a tatuare ha la lacrima disegnata sotto l’occhio. Anche se in carcere non si piange (“Lo fai di nascosto mentre scrivi alla famiglia: qui tutto bene, gioco a Tressette”). E non ci si può tatuare. È vietato, è considerato un atto autolesionistico. Per i detenuti, invece, è riappropriarsi dell’unico vero residuo di libertà che hanno: la pelle. Per questo ieri pomeriggio erano scettici ma incuriositi (13 su 1600 detenuti della sezione maschile) quando nell’auditorium di Rebibbia ha fatto capolino la possibilità di seguire un corso per imparare a tatuare in carcere.

“Che poi sarebbe imparare un mestiere quando esci di qua”, spiega Gabriele Donnini che sul sogno di insegnare ai detenuti a fare tatuaggi in sicurezza ci ha scritto un libro: “Amomamma” (Meltemi, 198 pagine). E nel 2018, prima che scoppiasse la pandemia Covid, ci era anche riuscito: aveva ottenuto l’autorizzazione ad avviare dei corsi di formazione tra cui la possibilità di far conseguire 20 diplomi dentro il carcere di Rebibbia. Poi i contagi esplosero e non se ne fece più niente. Ieri, Gabriele è tornato alla carica, grazie alla presentazione del libro scritto insieme all’avvocata Paola Bevere e alla psicologa Daniela Attili. 

“I tatuaggi più potenti? Sono quelli sgrammaticati, le a senza acca”. Tipo questo: “Non ti fidar di me se cuor non ai”. Perché sono più autentici. Perché l’urgenza di prendere una lametta (o di squagliare una penna Bic per infilarci un ago rimediato chissà come e intingerlo in una sostanza che è esagerato chiamare inchiostro) e poi finalmente scriversi addosso, è più forte di tutto. Anche di chiedere al compagno di cella se si ricorda le regole di ortografia che dentro la cella figurano come una lingua stinta, o l’ennesima punizione ortopedica da sopportare. Vuoi mettere ritrovare l’identità provando il dolore della pelle che sanguina e che fa emergere una scritta solo tua? È rassicurante, “È come procurarsi ancora un po’ di disgrazia”, viene spiegato a quel pubblico che sa benissimo di cosa si parla e che forse sotto le tute nasconde tigri, squali, donne nude, rose, teschi, maledizioni, elfi hardcore, il muso del proprio cane abbandonato prima dell’arresto, una qualche speranza raggrumata che magari all’inizio si è pure infettata, tipo “Come te posso amà”.

Si rischiano infiammazioni, epatiti ma anche l’Hiv e infezioni cardiache.

“Basterebbe allestire un locale come un’infermeria”, spiega Cristiano Alessandro, immunologo della Sapienza che nel libro ha curato tutta la parte sanitaria. Che non è scontata in carcere, dove è difficile lavarsi e riconoscersi nell’immagine riflessa in un vetro (lo specchio non c’è).

“I tatuaggi sono un’espressione della propria singolarità”, dice il garante regionale Stefano Anastasìa giunto dopo lunghi colloqui al regime 41bis. Fare i tattoo anche fuori, un giorno, chissà. “Alla fine ce sta chi se vole imparà, chi se vole migliorà”, risponderanno dal pubblico. Anche loro si troveranno come certi che si vedono e avanzano a passo lento per strada, lasciandosi dietro le porte blindate, carichi di buste della spesa con dentro oggetti messi insieme a caso. Gabriele li guarda e pensa ad alta voce: “Pensiamo davvero che possano tornare là fuori solo con i corsi di ceramica?”.