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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 4 ottobre 2024

“L’ottava sezione del carcere è diventata una baraccopoli!”. In un’atmosfera di crescente preoccupazione per quanto riguarda l’insostenibile penitenziario nel cuore di Roma, il sindacalista Gennarino De Fazio della Uil-Pa Polizia Penitenziaria ha lanciato un grido d’allarme sulle condizioni di Regina Coeli dopo i recenti disordini. Le sue parole dipingono un quadro di degrado e pericolo che sconvolge la coscienza e mette in discussione i fondamenti stessi del sistema penitenziario italiano. La sua denuncia è un pugno allo stomaco: 115 detenuti ammassati su quattro piani privi di elettricità, con cavi elettrici volanti che serpeggiano lungo le scale in un disperato tentativo di portare un po’ di luce. Ambienti carbonizzati, inferriate divelte, intonaci che si sbriciolano sotto il peso dell’incuria. E nell’aria quell’acre odore di bruciato che si insinua nei polmoni, testimone silenzioso di una violenza ancora palpabile.

Questa denuncia ha rivelato una realtà che va ben oltre il concetto di “emergenza”. Siamo di fronte a una vera e propria crisi umanitaria, consumata nel cuore della capitale italiana. “Non ci vuole un luminare per comprendere che sono come minimo palesemente insalubri e pericolosi”, tuona il Segretario Generale. La sua dichiarazione non lascia spazio a interpretazioni: quei luoghi non sono adatti né ai detenuti né agli agenti di polizia penitenziaria costretti a lavorarvi. L’appello di De Fazio alle autorità competenti è un grido disperato per un intervento immediato. La minaccia di ricorrere all’autorità giudiziaria non è un bluff, ma la risposta estrema a una situazione che non può più essere ignorata. “Non è accettabile mantenere persone, lavoratori e reclusi, in quelle condizioni”, afferma con forza, ricordandoci che dietro le sbarre ci sono esseri umani, con diritti inalienabili che uno Stato di diritto ha il dovere di proteggere.

Il contrasto tra la realtà di Regina Coeli e i progetti del Ministro della Giustizia Carlo Nordio non potrebbe essere più stridente. Mentre il Ministro si prepara a visitare l’Albania per discutere sulla creazione del centro di detenzione, De Fazio suggerisce sarcasticamente che sarebbe “più proficuo e meno dispendioso” se il Ministro visitasse il carcere a pochi passi dal suo ufficio. Un carcere che, con il doppio dei detenuti rispetto alla capienza e la metà del personale necessario, è diventato “l’emblema e la capitale della disfunzionalità del sistema penitenziario italiano”.

A conferma della gravità della situazione, i Garanti regionale e comunale dei detenuti, Stefano Anastasia e Valentina Calderone, martedì scorso hanno effettuato una visita nell’ottava sezione di Regina Coeli. Il loro resoconto è altrettanto inquietante: l’odore di fumo persiste, un piccolo focolaio è ancora attivo, l’impianto elettrico è fuori uso e persino uno dei cortili per il passeggio è a rischio per la possibile caduta di tegole dal tetto. Nonostante l’intervento dell’ufficio tecnico del Provveditorato dell’Amministrazione penitenziaria per valutare i danni e l’agibilità della struttura, al momento della visita dei Garanti la Direzione non aveva ancora ricevuto indicazioni operative. Questa mancanza di comunicazione e di azione immediata è sintomatica di un sistema in crisi, incapace di rispondere tempestivamente anche alle emergenze più gravi.

I Garanti hanno sollecitato urgenti indicazioni operative, ricordando che esiste già un incarico affidato per il rifacimento dell’intera sezione. Ma nel frattempo, detenuti e agenti continuano a vivere e lavorare in condizioni che sfidano ogni norma di sicurezza e dignità umana. La situazione di Regina Coeli è un microcosmo delle sfide che affliggono l’intero sistema penitenziario italiano. Con 1161 detenuti a fronte di 626 posti regolamentari, il carcere romano ha un tasso di affollamento del 185%, una bomba a orologeria di tensioni e disagio pronta a esplodere in qualsiasi momento. Questa testimonianza da Regina Coeli non è solo la cronaca di un disastro annunciato, ma un monito per l’intera società. Le condizioni in cui versano i nostri istituti penitenziari sono lo specchio dei valori che, come Paese, scegliamo di abbracciare o ignorare. La riabilitazione, il rispetto dei diritti umani, l’insostenibile sovraffollamento, la sicurezza stessa degli operatori penitenziari: tutto è messo in discussione quando permettiamo che esistano “prigioni nella prigione” come Regina Coeli.

L’urgenza di un intervento non è più procrastinabile. Le parole di De Fazio e dei Garanti dovrebbero trasformarsi in azioni concrete, in un piano di riforma che oltre a tamponare immediatamente le emergenze, ripensi radicalmente il concetto di detenzione e reinserimento sociale. Solo così potremo dire di aver onorato non solo i nostri obblighi costituzionali, ma anche quel senso di umanità che dovrebbe guidare ogni società civile. La storia di Regina Coeli è la storia di un fallimento sistemico, ma può anche diventare il punto di partenza per un cambiamento radicale. Ma la volontà politica, per ora, non c’è. Il decreto carceri non solo non produce alcun effetto nell’immediato, quando proprio per la natura emergenziale dei decreti occorrerebbero soluzioni anche di immediata attuazione, ma nemmeno a lungo termine.