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di Gabriele D’Angelo

romatoday.it, 28 giugno 2022

Sovraffollati anche in pandemia, con più detenute rispetto al resto d’Italia e “un numero impressionante” di morti dietro le sbarre da inizio 2022. Il ritratto dei penitenziari della capitale nei numeri di Dap e Antigone.

Sovraffollate nonostante la pandemia, con più detenute rispetto al resto d’Italia e “un numero impressionante” di morti avvenute dietro le sbarre da inizio 2022. È il ritratto delle carceri romane che emerge dai dati del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (Dap) e dell’ultimo rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, pubblicato il 28 aprile. Una serie di cifre e numeri che evidenziano tutte le criticità del sistema penitenziario della Capitale: “Mancano gli educatori, i direttori, i mediatori culturali, e di conseguenza mancano anche le attività trattamentali per i detenuti. Assistiamo anche a uno stravolgimento degli istituti penitenziari, con centinaia di condannati in via definitiva reclusi in case circondariali come Regina Coeli, dove non dovrebbero stare. E poi c’è il sovraffollamento, che rimane una costante. Fino a poco tempo fa avevamo i commissariati pieni di persone in attesa di essere portate in carcere, dove non c’era posto”, racconta Gabriella Stramaccioni, garante dei detenuti di Roma.

Pochi posti, troppi detenuti - Nell’area metropolitana di Roma sono presenti otto istituti penitenziari: i quattro di Rebibbia (la casa circondariale “Raffaele Cinotti”, il carcere femminile “Germana Stefanini”, l’istituto a custodia attenuata “Rebibbia terza casa” e la casa di reclusione) e la casa circondariale di Regina Coeli a Roma, due a Civitavecchia (la casa circondariale “Nuovo complesso” e la casa di reclusione “Giuseppe Passerini”) e uno a Velletri. Secondo gli ultimi dati del Dap, aggiornati al 31 maggio, cinque di queste carceri sono sovraffollate e ospitano quindi molti più detenuti del dovuto. Regina Coeli, ad esempio, avrebbe posto per 615 detenuti, ma ne ospita ben 943, con un tasso di affollamento pari al 153,3%.

Nella maggior parte degli istituti i posti realmente disponibili sono inoltre molti meno di quelli previsti dalla capienza regolamentare. Come nel carcere di Civitavecchia, dove al momento della rilevazione i posti effettivi erano 311, contro i 357 “ufficiali” e soprattutto i 454 detenuti presenti. Una differenza dovuta a lavori di manutenzione o altre problematiche che incide ancora di più sul sovraffollamento.

Un’occasione mancata - La pandemia e la relativa necessità di svuotare le carceri per garantire il distanziamento sociale offrivano in teoria una buona opportunità per provare a risolvere il problema. Nella pratica, i dati mostrano che l’occasione è stata colta solo in parte. Secondo i monitoraggi del Dap il 31 marzo 2020 il carcere femminile di Rebibbia ospitava 351 detenute. Poco più di due anni dopo, il 31 maggio 2022, ce n’erano 339, appena il 3,5% in meno.

Il carcere femminile più grande d’Europa - Incrociando i report di Antigone e dipartimento di amministrazione penitenziaria emergono anche alcuni dati interessanti sul genere dei detenuti. I numeri raccolti rivelano che il Lazio è tra le regioni italiane con più donne detenute (364) rispetto al totale. La maggior parte si trova proprio nella casa circondariale “Germana Stefanini” di Rebibbia, che con le sue 339 ospiti è anche il carcere femminile più grande d’Europa. Sempre a Rebibbia, ma nella casa circondariale Cinotti, sono detenute anche 15 persone transgender (tutte donne). Quasi un quarto di quelle attualmente in 12 istituti penitenziari italiani.  

Morire di carcere - Nelle 43 pagine che riassumono l’ultimo rapporto sulle condizioni di detenzione c’è anche un dato che la stessa Antigone definisce “impressionante”. È quello sulle morti in carcere, nello specifico quelle avvenute dietro le sbarre di Regina Coeli. Qui da inizio 2022 sono decedute ben quattro persone, due per suicidio e due per cause ancora da accertare, a cui vanno aggiunte altre due morti negli ultimi mesi del 2021. Il blocco dei trasferimenti imposto dalla pandemia e l’isolamento linguistico potrebbero aver spinto questi detenuti a suicidarsi: “Di solito gli ospiti delle case circondariali vengono spostati in carceri vicine alla loro dimora, ma con il Covid questo è stato impossibile. Molti di loro si sono ritrovati soli, lontani da casa, in un carcere dove nessuno parlava la loro lingua”, Spiega Maria Grazia Carnevale, responsabile dello sportello legale di Regina Coeli. Aggiungendo anche il suicidio di un 44enne guineano, registrato a Rebibbia lo scorso 17 febbraio, da inizio anno nelle carceri romane sono morte già 6 persone, oltre il 4% del totale di tutte le carceri italiane (68).