di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 27 maggio 2022
Giudici e avvocati chiedono che la giustizia applicata ai reclusi funzioni e non sia di serie B. Su 77 impiegati in realtà in servizio effettivo ce ne sono soltanto 25. E anche i magistrati sono sotto organico.
Solitamente ci appaiono su fronti contrapposti: avvocati da una parte e magistrati dall’altra, ognuno a sostenere le proprie ragioni e prerogative. Stavolta invece stanno dalla stessa parte, giudici di sorveglianza e penalisti uniti nel chiedere che la giustizia applicata ai detenuti sia messa in grado di funzionare e non venga abbandonata nella “serie B” in cui è da tempo retrocessa. La Camera penale di Roma ieri ha scioperato perché, come ha spiegato il presidente Vincenzo Comi, “il problema che affligge la Sorveglianza è atavico, cronico, e si traduce in un servizio del tutto inadeguato”. Stessi termini utilizzati dai magistrati del distretto per descrivere una sostanziale denegata giustizia “a dispetto dell’impegno dei singoli”.
I problemi cominciano dalla cancelleria, dove è quasi impossibile per i legali accedere ai fascicoli delle istanze presentate. Che dal momento in cui vengono depositate hanno tempi di attesa lunghissimi. Basti pensare ai condannati a pene inferiori ai quattro anni, che hanno diritto a scontarle fuori dal carcere, lo chiedono, e sono costretti ad aspettare anni prima di vedere accolta o respinta la domanda. Li chiamano i “sospesi” e lo sono a tutti gli effetti, con ricadute facilmente immaginabili sulle loro esistenze. Così come quelle derivanti dalle ugualmente intollerabili attese per colloqui, permessi e ogni altra misura che possa aiutare la “rieducazione” dei detenuti.
Che dovrebbe aiutare il reinserimento nella società, ma di fatto lo allontana. Chi esce dal carcere sarà un cittadino migliore o peggiore anche a seconda di come ha vissuto la detenzione, ma in queste condizioni è difficile che esca migliore. “I diritti che non trovano concreta attuazione e quindi è come se non esistessero”, denunciano i magistrati. E le risorse per garantirli restano scarsissime. Il personale amministrativo dell’ufficio di sorveglianza di Roma sulla carta dovrebbe contare su 77 impiegati, ma nella realtà sono 51, che tolti quelli a tempo determinato, part-time, autorizzati ai permessi per motivi familiari, in congedo o in aspettativa si riducono a 25 in servizio permanente effettivo. I magistrati sono anch’essi insufficienti, a fronte di incombenze sempre maggiori: le più ampie in Italia per via della competenza nazionale sui reclusi al “41 bis” e i collaboratori di giustizia. Mancano le aule per le udienze, i computer e gli altri strumenti necessari a un’informatizzazione degna di questo nome.
Il rispetto dei diritti dei condannati non è un problema confinato al mondo chiuso dalle sbarre in cui vivono, ma riguarda l’intera società di cui sono parte: la nostra. Garantirli o negarli ha ricadute sull’intera collettività, e chi deve “sorvegliare” dev’essere messo in condizioni di farlo. Ne va della sicurezza di tutti.









