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di Paolo Foschini

Corriere della Sera, 21 dicembre 2024

Per la prima volta un percorso speciale anche nelle carceri. Antigone denuncia: nel 2024 suicidi (86) e affollamento da record. Il ruolo di 20mila volontari, il Papa invoca “amnistia e condono”. Amir Dhouiou aveva 21 anni e si è impiccato nel bagno della sua cella a Marassi il 4 dicembre. Lo stesso giorno nel carcere veronese di Montorio si appendeva per il collo anche il 24enne Robert Octavian, morto in ospedale 48 ore più tardi. In quella settimana, col suicidio numero 86 dall’inizio di quest’anno, è stato battuto il già tremendo record di 84 suicidi nelle prigioni italiane toccato nel 2022 (cioè, per l’amministrazione penitenziaria quelli “accertati” sarebbero 79, cui però vanno aggiunti altri 22 decessi per “cause da accertare”: suona perfino peggio).

“È solo la più drammatica ma non unica conseguenza di ciò che caratterizza oggi la questione carceraria: l’assenza di un progetto coerente. Il carcere come risposta di pura pancia a problemi sociali che si racconta di voler risolvere stipandoli dietro un muro. Un formicaio da gonfiare fino a renderlo ingestibile. Intendiamoci: le carceri sono state iperaffollate anche in altri periodi. Ma mai come oggi c’è stata in Italia una mancanza così totale di condivisione sul senso della pena. E in assenza di cambiamenti, questo è sicuro, la situazione esploderà”. Il virgolettato è di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l’associazione indipendente che per chi è interessato ai temi del carcere rappresenta un punto di riferimento dal 1991, cercando di confrontarne la realtà con l’articolo 27 della Costituzione sul senso e lo scopo della pena: meglio “delle pene, al plurale, tra le quali il carcere - come ricorda l’ex ministra e presidente emerita della Consulta, Marta Cartabia - non è stato neppure menzionato dai nostri padri costituenti”.

E allora ripartiamo dai numeri, per capire di cosa parliamo. Sono quelli del ministero della Giustizia aggiornati al 30 novembre scorso. Quel giorno le persone detenute in Italia erano 62.427, di cui 2.737 donne e 19.953 stranieri: complessivamente 11.262 “ospiti” di troppo rispetto ai 51.165 posti ufficialmente disponibili di cui però, per varie ragioni, 4.445 non sono agibili. Il che porta l’overbooking reale a oltre 15mila: mai così tanti dal 2013 della famosa “sentenza Torreggiani” con cui l’Italia era stata umiliata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per i “trattamenti inumani e degradanti” delle sue carceri. E potremmo aggiungere che solo 46.202 di quelle 62mila persone - sempre dati del ministero - sono in galera con una sentenza definitiva mentre le altre 12mila la stanno ancora aspettando e per 9.970 di loro (praticamente una su sei) non c’è neanche quella di primo grado: stando alla Costituzione sono in cella innocenti.

In questo contesto il 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, papa Francesco aprirà una Porta Santa nel carcere romano di Rebibbia: per la prima volta nella storia dei Giubilei oltre alle quattro Porte Sante delle Basiliche papali romane se ne aprirà una anche in una prigione. E idealmente in tutte: Rebibbia, come sottolineato da monsignor Rino Fisichella, sarà “simbolo di tutte le carceri del mondo”. E il punto è stato richiamato dallo stesso Bergoglio nella Bolla d’Indizione del Giubileo 2025, Spes non Confundit: “Penso ai detenuti che privi della libertà sperimentano ogni giorno, oltre alla durezza della reclusione, il vuoto affettivo, le restrizioni imposte e, in non pochi casi, la mancanza di rispetto”. E dopo aver spiegato la scelta della Porta Santa da aprire a Rebibbia come “simbolo che invita a guardare all’avvenire con speranza” - parola guida del 2025 giubilare - il Papa si è appellato direttamente non alla fede ma alla politica: chiedendo “ai Governi” di assumere “iniziative che restituiscano speranza, forme di amnistia o di condono della pena” per “aiutare le persone a recuperare fiducia in sé e nella società”, oltre a “percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda concreto impegno nell’osservanza delle leggi”.

“Direi che è il contrario esatto - chiosa Gonnella - della militarizzazione presente oggi anche nel linguaggio di chi vorrebbe trasformare l’istituzione del carcere e la stessa polizia penitenziaria in ciò che non è, a partire da un calendario muscolare che ha suscitato indignazione e in cui sono certo che in primo luogo la maggior parte degli agenti non si riconosce”.

Cosa servirebbe invece? “Per prima cosa - risponde il presidente di Antigone - l’aumento della capacità di dialogo. E di progettualità, con tutti gli attori del sistema attorno a un tavolo per costruire una regia. E che si investissero risorse non nell’acquisto di camionette blindate, ma in assunzione di personale non in divisa, con competenze socioeducative. Avremmo bisogno che le attività della giornata non si fermassero alle due del pomeriggio. C’è bisogno che le persone detenute possano comunicare con le proprie famiglie più di quel che oggi è consentito dai dieci minuti ridicoli di una telefonata a settimana. Il che tra l’altro abbatterebbe il traffico di cellulari illegali presente ovunque a dispetto dei divieti, con quel che segue quanto a ricatti e corruzione. E ancora: c’è bisogno di una offerta di studio in modo sistematico, bisogno di una filiera di formazione e lavoro vero, non come intrattenimento o privilegio utilizzato per tenere buone le persone. Tutte cose pragmatiche, senza ideologia dietro”. E l’elenco di Gonnella in realtà sarebbe ancora lungo.

La politica oggi sembra purtroppo andare in direzione ostinata e contraria. Il decreto Caivano dell’anno scorso ha fatto lievitare gli arresti di minorenni, per i quali l’offerta formativa è addirittura più bassa - in percentuale - rispetto a quella degli adulti. La legge derivata dal decreto sicurezza punisce fino a otto anni una protesta anche pacifica: altra gente da metter dentro. Ma allora ci sono ragioni reali di speranza, oltre che di denuncia?

Una ci sarebbe eccome: quasi 20mila tra volontari e volontarie. Il numero è una stima, dopo l’ultimo conteggio preciso (19.511) che risale al 2019 e che pur essendosi dimezzato di botto (9.825) nel 2020 del Covid sembra ora tornato vicino ai livelli precedenti. Le esperienze positive in effetti sono tante e in tutti i campi, così come è vasto l’impegno del non profit sul fronte delle possibilità di lavoro come reinserimento. La scorsa primavera il Forum del Terzo settore ha consegnato al Cnel un rapporto che conferma un dato ormai ben noto: oltre il 70% dei detenuti coinvolti in opportunità trattamentali e lavorative non ricade nel crimine, cioè la stessa percentuale di quelli che invece tornano a delinquere se lasciati in cella a far niente. Riflessione puntualmente riproposta anche dal Coordinamento nazionale volontariato giustizia nei suoi incontri con i vertici del Dipartimento amministrazione penitenziaria.

Il problema è che il volontariato è frammentato, non fa massa, non è un “soggetto politico”. Cioè non muove opinione pubblica, quindi voti. E sono i voti a guidare le scelte della politica. Ma una cosa è certa: i dati dicono che la speranza passa attraverso l’apertura, non la chiusura. E sono i volontari, le università, le scuole e anche tutto il mondo dell’imprenditoria sostenibile e illuminata a dover rivendicare un ruolo: “Il lavoro culturale da fare sulle carceri - sottolinea Gonnella - è fuori, non dentro”. Perché solo quando il mondo fuori avrà assimilato bene l’idea che anche la sicurezza collettiva è garantita maggiormente da una pena che non si limita a rinchiudere, ma reinserisce, allora “anche la politica seguirà”. Non succederà in un giorno. Ma Gonnella non si scoraggia: “È per questo che conto sui giovani”.