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di Laura Proietti

B-Hop magazine, 19 giugno 2025

Da oltre trent’anni nei reparti di Rebibbia, l’ex insegnante Laura Fersini ha scelto di camminare accanto a chi è detenuto senza mai voler essere chiamata “volontaria”. In circa trenta anni Laura Fersini, 86 anni, ex insegnante, ha attraversato le porte di varie carceri romane: Rebibbia Nuovo Complesso, Casal del Marmo, e dal 2008 Rebibbia Femminile. Una straordinaria storia di chi ha dedicato molto del suo tempo a cercare di capire il “sistema-carcere” ma soprattutto per essere utile a chi si trova dall’altra parte del muro.

Classe 1939, Laura Fersini è una donna minuta e guardandola non si può fare a meno di chiedersi dove prenda tutta quella forza ed energia che la porta ancor oggi a salire in auto e guidare fino al carcere per non mancare agli appuntamenti con le detenute che incontra nei vari reparti.

Non è possibile sapere con certezza se è attualmente la volontaria più anziana che entra nelle carceri italiane (a Rebibbia femminile lo è) ma sappiamo per certo che non ama definirsi “una volontaria”: “Io sono semplicemente Laura”, ripete sorridendo. “Quando nel giugno del 1996 mia madre morì mi resi conto che, anche se insegnavo nella scuola statale, mi era rimasto molto tempo libero che potevo dedicare agli altri - racconta a B-Hop.

Proprio in quell’anno l’HIV aveva subito una svolta notevole: calato il numero dei decessi ma non quello dei contagi. Una collega mi disse che la Caritas aveva una Casa in cui accoglieva alcune persone malate e decisi di andare ad un incontro-dibattito in cui si affrontava il problema. Don Luigi Di Liegro, storico direttore della Caritas di Roma, concluse il suo discorso dicendo: ‘…e non lustratevi la medaglia!’.

Me lo sono portato dentro per tutta la vita. Ho iniziato a frequentare la casa. Di solito ci incontravamo la sera; cucinavamo e mangiavamo insieme, e insieme lavavamo i piatti e mettevamo a posto la cucina. Spesso qualcuno di loro finiva in carcere per reati precedenti e mi chiedeva di andare a trovarlo; ci volevano almeno due mesi per ottenere l’autorizzazione e lo incontravo dietro un vetro. Decisi di entrare come volontaria, con l’associazione VIC-Volontari in carcere.

 

Che tipo di supporto è possibile offrire ai detenuti? Come insegnante di lettere ti capitava di aiutarli nello studio oppure vi incontravate semplicemente per parlare?

La mia scelta di fondo era: non rovesciare niente sulle loro teste. Quindi niente progetti: ce n’erano fin troppi. Quando mi chiedevano di aiutarli in qualcosa, vedevo di cosa si trattava e cercavo di capire se potessi essere utile. Due esempi: a Rebibbia femminile una donna aveva messo su un gruppo in cui ciascuna condivideva le proprie letture e le proprie esigenze culturali; mi chiese di dare una mano ed entrai nel gruppo, sempre attenta a non “invadere”. Al Nuovo Complesso (Rebibbia maschile) i detenuti avevano messo su un Gruppo Universitario; uno di loro mi disse che quasi tutti avevano preso all’interno di qualche carcere il diploma di scuola superiore. Mi chiedeva che dessi loro un metodo per affrontare in modo valido gli studi universitari. Naturalmente dovetti formulare un progetto per ottenere l’autorizzazione della Direzione; quello che avevano presentato loro era stato respinto. E non mi sono accontentata dei miei studi universitari: ho un intero scaffale di libri sul/sui Diritto/Diritti dell’uomo e uno scaffale con testi di psicologia. Forse ho letto/studiato più per aiutare loro che per laurearmi in lettere classiche.

 

In 30 anni il mondo è cambiato: le carceri pure? 

A questo non so rispondere; continuo a pensare che tutto dipende dalle persone e non dai regolamenti: l’ho sperimentato nella scuola e lo sto sperimentando in carcere. Ci sono dei regolamenti da rispettare, è vero, ma il modo in cui questo viene fatto dipende dal singolo: insegnante, volontario, agente, educatore, detenuto.

 

Le cronache ci rimandano a istituti di detenzione in grave difficoltà. Si parla spesso di un carcere che non riesce sempre ad essere coerente con “il fine rieducativo della pena”. Quali sono le tue impressioni in merito?

Sono abbastanza convinta che non si possa educare quando si toglie la libertà. Maria Grazia Giannichedda, che insegna sociologia nell’Università di Cagliari, anni fa, in un convegno disse che nella storia ogni volta che si è parlato di “rieducazione” si son fatte cose mostruose: vedi gulag sovietici e campi di sterminio nazisti. Ho letto che i padri costituenti discussero a lungo sulla parte finale dell’art. 27 della Costituzione e conclusero che dovesse significare che non si manda qualcuno in carcere “quia peccavit” ma “ne peccetur”. 

 

Di cosa ci sarebbe bisogno, oggi, affinché il percorso delle persone detenute possa essere costruttivo?

Io credo che “il percorso di persone rinchiuse non può essere costruttivo”; cito due testi a sostegno di ciò: “[…] nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo; gli uomini si educano insieme, con la mediazione del mondo” (l’opposto del carcere?!) di Paulo Freire, pedagogista e teologo brasiliano; “[…] la fabbrica è nociva alla salute, l’ospedale produce malattia, la scuola crea emarginati e analfabeti, il manicomio produce pazzia, le carceri producono delinquenti” da “Crimini di pace” di Franco Basaglia. E se c’è qualche eccezione…beh, l’eccezione conferma la regola; non so chi l’ha detto, ma mi convince. Educazione e carcere sono sostanzialmente un ossimoro. E allora?

Perché passo tante ore in carcere ti chiederai? Per fare un pezzo di strada assieme a quelli che la società ha allontanato, provando a dar loro strumenti, soprattutto metodologici, per affrontare il mondo esterno senza farsi schiacciare; per portare all’interno un po’ del mondo a cui sono stati strappati; per crescere a contatto con loro, che hanno esperienze di vita diverse dalle mie; ma hanno passioni, paure, sogni, emozioni ecc. esattamente come me. Una detenuta ha chiamato “spazi di libertà” le tante forme in cui i volontari sono presenti in carcere. Faccio mia l’espressione: spazi di libertà. Nei quali ciascuno di noi cresce nella misura in cui si lascia attraversare - e mettere in discussione - dall’esperienza che si trova a vivere e dall’altro da sé che incontra. 

 

Un episodio bello che ti porti nel cuore?

Ce ne sono davvero tanti; ne scelgo uno. Rebibbia Nuovo Complesso, reparto Infermeria. Durante il mio ingresso settimanale un agente mi dice:” Vieni, Laura, andiamo a convincere Giovanni ad interrompere lo sciopero della fame. I medici sono molto preoccupati”. Gli dico che non posso entrare nelle celle e lui: “…e io te lo devo impedire, ma l’alternativa è che lui non sopravviva”. Entriamo; ci sediamo sul lettino del detenuto, io da un lato e l’agente dall’altro. Gli parliamo di sua moglie e della sua bambina, che io avevo conosciute, e stiamo lì finché non chiede che gli portino da mangiare. Non dimenticherò mai quell’agente, sempre pronto a segnalarmi i casi urgenti e ad aiutarmi a risolverli, se possibile.

 

Che consigli daresti a chi come te vorrebbe diventare un volontario in carcere?

Prima di tutto, non pensi mai “sono un/a volontario/a” ma solo: “sono Gianni, Laura, Andrea ecc. e vado ad incontrare Carlo, Mario, Lucia, Valentina ecc.”. Questo non vuol dire che io neghi la validità del volontariato. In una società in cui le istituzioni non riescono a rispondere a tutte le necessità dei cittadini il volontariato è essenziale, ma lo intendo soprattutto come “cura dell’altro”, di cui ciascuno dovrebbe farsi carico. E l’altro è per me il vicino di casa che ha una difficoltà, il passante che, anche sulle strisce pedonali si ferma per dare la precedenza ad una macchina in arrivo, l’anziano/a che esce da un supermercato con una borsa troppo pesante per le sue forze ridotte, ecc. ecc.