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di Shendi Veli

Il Manifesto, 27 agosto 2026

I social possono creare dipendenza. Una consapevolezza ormai diffusa che adesso, negli Stati Uniti, ha anche una misura economica: 17,1 miliardi di dollari. È quanto Meta ha accettato di versare, in dieci rate annuali, a 47 Stati, al District of Columbia e ad alcuni territori statunitensi per chiudere le cause in cui era accusata di aver progettato Facebook e Instagram in modo da favorire un uso compulsivo da parte dei minori. Ma le sanzioni economiche sono davvero efficaci nel contenere l’impatto sociale delle grandi piattaforme? “Siamo in una fase di transizione” spiega Rosa Fioravante, ricercatrice di Digital Ethics al Politecnico di Milano.

“Mentre in Unione Europea è prevalso un approccio regolatorio, con iniziative legislative come l’Ai Act o il Digital Service Act, negli Stati Uniti ha prevalso la deregulation, con la magistratura, e i grandi processi, come unico argine. Ora le big tech si trovano a dover scegliere se continuare percorrere la via riparativa, cioè pagare quando multate o quella proattiva, cioè sviluppare modelli con sistemi di safe guard più etici”.

I risarcimenti richiesti nei procedimenti giudiziari sono ancora troppo bassi per impensierire le aziende?

Non esiste una somma che possa costringere colossi come Meta, X o Youtube a cambiare direzione. Questo per tre motivi: non operano in un’economia di mercato ma in un regime di oligopolio, sono imprese guidate soprattutto dalle logiche dei mercati finanziari più che da quelle industriali. E per concludere hanno un peso incalcolabile nell’economia e nella politica americana, ma anche globale. Le grandi piattaforme social e di intelligenza artificiale sono già too big too fail, come si diceva delle banche nella crisi dei mutui sub prime del 2008. Se venissero sottoposte a sanzioni tali da comprometterne la tenuta probabilmente ci sarebbe un intervento pubblico per salvarle.

Quali effetti possono avere allora sentenze, leggi e divieti?

Soprattutto un effetto reputazionale e un effetto di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. È un corso simile a quello che dagli anni sessanta ha interessato le aziende di tabacco e alcol. Si parte dai minori che sono lo stakeholder più fragile. Limiti, leggi e sanzioni non impediscono veramente l’accesso a questi prodotti ma possono contribuire a creare una percezione del potenziale lesivo. Quello che può modificare l’evoluzione degli spazi digitali è un cambiamento nella domanda. La pressione della società civile ha un ruolo più grande di quello che si pensa. Una domanda ampia e generalizzata di spazi digitali più etici, qualora ci fosse, potrebbe spingere le big a differenziare i loro i prodotti o consentire l’ingresso di nuovi attori nel mercato.

I divieti non sono anche un modo per deresponsabilizzare le aziende sulla progettazione dei loro prodotti?

Le piattaforme hanno provato in altre sedi legali a scaricare le responsabilità per i danni sui minori sulle figure di controllo come genitori e insegnanti. La linea era: una volta introdotto il parental control la palla passa a chi deve applicarlo. Ma dalla sentenza del marzo 2026 contro Google e Meta questo piano si è ribaltato. Le piattaforme sono ritenute responsabili in prima battuta poiché si afferma che i loro prodotti sono ingegnerizzati per creare dipendenza.

È vero?

Il funzionamento è per certi versi simile a quello delle slot machine. Le ricompense casuali, come i like o i retwit, sono molto gratificanti per il nostro sistema neurocognitivo. Attivano il rilascio della dopamina che crea soddisfazione istantanea. Il tutto è sempre a portata di mano attraverso lo smartphone, quindi continuiamo a tornare lì in cerca di questa sensazione positiva. Gli algoritmi lavorano anche sull’omifilia, il piacere che deriva dal confronto con persone affini a noi, questo porta alla creazione delle echo chamber, bolle in cui opinioni simili si rafforzano a vicenda. Tendenzialmente sui social vediamo contenuti di due tipi: molto in linea col nostro modo di pensare oppure radicalmente opposti. Infatti anche la rabbia è un grande motore di engagement, di permanenza attiva sulla piattaforma.

Cosa faranno le piattaforme per garantire una maggiore tutela dei minori?

Limiti di età all’accesso, eliminare la possibilità di scrollare all’infinito. Si parla anche di blocchi all’uso notturno. Sono cose che i regolamenti europei già prescrivono. Poi questo modello di funzionamento si rivela problematico anche per le piattaforme. L’uso è sempre più passivo e i contenuti sono prodotti sempre più frequentemente da account professionali. La vendita e la pubblicità hanno acquisito un ruolo preminente producendo stanchezza negli utenti. Il problema è che si affronta molto questo tema dal punto di vista dei divieti e il focus è tutto concentrato sui minori. È ovvio, i minori sono più esposti, ma le restrizioni saranno sempre aggirabili e il potenziale dannoso degli algoritmi è una questione che impatta fortemente anche gli adulti.