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di Roberto Brumat

Corriere del Trentino, 4 novembre 2026

La pièce firmata da Giuliana Musso porta in scena la storia di un carcerato solo e dimenticato. Pagare i propri errori con il carcere a vita. È la narrazione al centro di Cattivo, la pièce che va in scena il 6 novembre all’Auditorium Melotti di Rovereto (ore 20.45), prodotta dalla compagnia Ariateatro, tratta dal romanzo Cattivi di Maurizio Torchio. L’adattamento è di Tommaso Banfi che ne è anche interprete, diretto da Giuliana Musso con musiche e luci di Claudio Parrino. Un testo che arriva sul palco nell’ambito della rassegna di teatro contemporaneo Divergenze organizzata da Evoè!Teatro, dal titolo “Oltre lo specchio”.

Il romanzo di Torchio parla di un ergastolano dimenticato nella cella di isolamento di un carcere-isola italiano. Chi si è macchiato di un reato grave, sopravvive ristretto in un claustrofobico microcosmo, come un astronauta che vaga nello spazio sapendo che non farà mai più ritorno. La sua voce, inascoltata e sola nel vuoto, appare tesa e sospesa, a volte vinta dal silenzio, altre volte diventa gesto, sospiro, sguardo perso nel nulla. Il detenuto si osserva come dall’alto e separa la sua vita da prima dell’istante in cui ha commesso il crimine, a dopo. E si sente colpevole e insieme vittima della violenza, sia la sua, sia di chi l’ha giudicato.

La  forza del monologo - Attore e personaggio si amalgamano nella forza del monologo in cui a volte si arrendono alla drammatica evidenza che nulla potrà mai cambiare, se non con la morte. In fondo quest’uomo “cattivo” lo scopriamo simile a noi: con le sue debolezze, paure, umanità, consapevole di quanto sono importanti gli altri. Una forma di teatro civile e non solo “teatro della compassione”, il naturale sviluppo dell’indagine realizzata negli ultimi vent’anni dalla regista e attrice vicentina Giuliana Musso, che riaccende i riflettori sull’emergenza delle carceri italiane e dei suicidi tra quelle mura, testimoniati dall’associazione Antigone: 82 nel solo 2025 in una popolazione detenuta di 62.842 persone. Tredici casi ogni diecimila, uno dei valori più alti degli ultimi trent’anni.

La carriera - Per Giuliana Musso nel 2017 c’è stato il Premio Hystrio per la drammaturgia, nel 2021 il Premio della Critica e nel 2023 il Premio Ipazia per il teatro. Tommaso Banfi, co-fondatore milanese della compagnia Lupusagnus, oltre che attore teatrale e cinematografico (ha lavorato per Francesca Archibugi, Dario Argento e Silvio Soldini) formato alla Civica Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi, è doppiatore pubblicitario e speaker.

L’autore Maurizio Torchio invece ha debuttato con la raccolta di racconti Tecnologie affettive (Sironi) pubblicando poi i romanzi Piccoli animali (Einaudi), Cattivi (Einaudi) e L’invulnerabile altrove (Einaudi). Ha vinto i premi Lo Straniero, Dessì, Padula, Pisa, Moncalieri ed è stato tradotto in tedesco, spagnolo, inglese e francese.

Esplorare l’umanità - Come spiega Emanuele Cerra direttore artistico di Evoè!Teatro: “La scelta di quali opere posizionare Oltre lo specchio per renderne i significati più evidenti a chi guarda, ricade sempre su quelle che riflettono gli angeli e i demoni che albergano in noi. Lo specchio è la finestra sull’anima, è l’immagine del nostro inconscio e la porta aperta sul panorama interiore. Divergenze vuole toccare metaforicamente questa essenza effimera di noi stessi”. L’edizione 2026 della rassegna invita il pubblico a esplorare l’umanità attraverso spettacoli che cercano di destrutturare le identità per poi ricomporle. Per farlo, in calendario un viaggio dalle radici del teatro classico alle ferite delle periferie urbane, alla violenza delle gerarchie sociali e del carcere. Per il monologo del 6 novembre l’ingresso è di 15 euro, sopra i 65 anni 12 euro, 8 euro sotto i 30 anni, ma anche per persone con disabilità e per chi ha la card “amici dei teatri”.

Maurizio Torchio sulla pièce teatrale sottolinea: “La voce narrante di Cattivi si illudeva di essere astratta, universale, con la lucidità un po’ folle di chi gira a vuoto perché non ha più un mondo. Che bello invece incontrarla così: sdentata, dialettale, stanca, finalmente incarnata in quel corpo che sapeva di avere, ma si ostinava a negare”.