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di Pietro Del Re


La Repubblica, 9 marzo 2021

 

In questi giorni si tiene l'udienza all'eroe del film Hotel Rwanda, accusato di approfittare della guerra per estorcere denaro in cambio di protezione. Radio e tv trasmettono il processo per ore. La spasmodica attenzione che prestano i ruandesi al processo contro l'uomo che nel 2005, assieme ad Aretha Franklin e Mohamed Ali, fu insignito dal presidente George W. Bush del massimo riconoscimento americano, la Freedom Medal, è sintomatica di quanto il genocidio del 1994 sia ancora una piaga aperta.

Per ore, le radio della città trasmettono in diretta ogni udienza del dibattimento contro Paul Rusesabagina, 66 anni, feroce oppositore del presidente Paul Kagamé ed eroe del film Hotel Rwanda, oggi giudicato per tredici reati di terrorismo in un tribunale di Kigali, con indosso pantaloni e camicia rosa confetto, l'uniforme dei galeotti locali. Nel piccolo Paese africano sono in molti ad augurargli l'ergastolo, non tanto per aver creato una milizia armata che secondo l'accusa nel 2017 avrebbe rapinato e ucciso al confine con il Burundi, quanto per il ruolo che ebbe durante i massacri di 27 anni fa, quand'era direttore dell'Hotel Mille Collines.

"Raccontò a tutti di aver salvato più di milletrecento tutsi dai machete dei genocidari, ma in realtà le cose sono andate diversamente", dice l'attivista Jean-Pierre Sagahutu, che allora sopravvisse miracolosamente alle stragi nascondendosi in una fossa biologica dove per settimane si nutrì soltanto di vermi e scarafaggi. Secondo Sagahutu, da chi voleva varcare il portone dell'albergo e usufruire della protezione del contingente Onu che vi alloggiava, Rusesabagina esigeva più di 1500 dollari. Molti furono da lui respinti perché non avevano di che pagarlo. "Non ha mai agito per altruismo ma solo per soldi. Con le sue tante bugie è riuscito a convincere Hollywood di un essere stato un uomo eccezionalmente generoso e grazie al successo del film che gli fu dedicato, negli Stati Uniti c'è ancora chi gli crede", aggiunge Sagahutu, la cui madre fu impalata viva e il padre segato in due dai genocidari.

È del resto comprensibile che il genocidio non sia ancora stato né metabolizzato né i suoi tanti lutti elaborati, perché si è trattato di uno spaventoso trauma collettivo, in cui le milizie Interahamwe e contadini hutu si sono accaniti con una frenesia omicida e devastatrice su tutta la popolazione tutsi. Nonostante l'organizzazione sommaria e i mezzi piuttosto arcaici per compierlo, quali machete e bastoni, ottocentomila tutsi sono stati uccisi in dodici settimane, rendendo il genocidio in Ruanda di un'efficacia mai raggiunta prima.

Dalla notte del 6 aprile 1994, subito dopo l'abbattimento nei cieli di Kigali dell'aereo sul quale viaggiava il presidente ruandese Juvénal Habyarimana, e il presidente del Burundi Cyprien Ntaryamira, il Paese si tramutò improvvisamente in un luogo di estremo sadismo, dove le donne e i bambini divennero le prime vittime dei genocidari affinché non rinascesse nessuna generazione di tutsi, con le madri costrette a uccidere i propri figli per essere poi sistematicamente violentate, subire mutilazioni sessuali e infine essere uccise. Secondo un'inchiesta realizzata dall'Unicef, l'80% dei bambini ha avuto un morto in famiglia in quei tragici tre mesi del 1994, il 70% ha visto uccidere qualcuno e il 90% ha avuto paura di morire.

Secondo Sagahutu fu tuttavia indispensabile avviare nel 2003 il piano di riconciliazione nazionale con i tribunali popolari, quelle corti Gazaca, che dovevano anzitutto svuotare le carceri di un Paese dove si contavano 120mila detenuti accusati di genocidio. "In quasi dieci anni, dodicimila Gazaca hanno risolto quasi due milioni di casi. È stato il programma più esauriente al mondo di una giustizia restauratrice in un periodo post-bellico, perché ha permesso a noi sopravvissuti di sapere che fine avevano fatto i nostri parenti, di ritrovare i loro corpi e di dar loro degna sepoltura. I tribunali speciali hanno anche posto le basi per una pace duratura nel momento in cui bisognava ricostruire il tessuto sociale del Paese. Ma non mi chiedano di perdonare gli assassini, perché dovrei farlo in nome di chi non c'è più".

Nel 2014, il museo del genocidio di Kigali è stato riconcepito, ed è stata aggiunta un'ultima sala dedicata ai bambini trucidati dai genocidari, con le gigantografie di una dozzina di piccoli scelti a caso su decine di migliaia. Raccontano le storie di Ariane Umutomi, 4 anni, che amava cantare e ballare, uccisa con colpi di pugnale sferrati negli occhi, o di David Mugiraneza, 10 anni, che amava giovare a calcio e che voleva diventare medico, torturato a morte. Andare a visitare il museo è ancora una sorta di dovere civico per ogni ruandese.

Lo scorso maggio, l'arresto in Francia dell'ottantottenne Félicien Kabuga, dopo 23 anni di latitanza, suscitò a Kigali grande gioia ma anche molta rabbia. L'ex "banchiere del genocidio" che nel 1994 aveva fatto arrivare in Ruanda 500mila machete e che aveva creato e diretto Radio Mille Collines da cui diffondeva odio e invitava a snidare e mutilare "gli scarafaggi tutsi", aveva fino al giorno del suo fermo ad Asnières-sur-Seine, vicino Parigi, trascorso la vita comoda e serena di un qualsiasi pensionato molto benestante. Dice ancora Sagahutu: "Chi l'ha protetto, tutti questi anni? Non lo sapremo mai, come non sapremo la soddisfazione che deve provare quell'assassino seriale, ormai vecchio e malato, all'idea che probabilmente non sarà mai condannato per tutto il male che ha fatto perché morirà prima che il Tribunale dell'Aja riesca a giudicarlo".