La Repubblica, 7 aprile 2024
Amnesty International sollecita la comunità internazionale ad impegnarsi di più per assicurare giustizia e responsabilità a favore delle vittime e dei sopravvissuti. Il 7 aprile, in occasione del trentesimo anniversario del genocidio del 1994 contro i tutsi in Ruanda, nel quale persero la vita circa 800.000 persone, tra cui hutu e altri gruppi che si opposero al genocidio e al governo estremista che lo orchestrò, Amnesty International sollecita la comunità internazionale ad impegnarsi di più per assicurare giustizia e responsabilità a favore delle vittime e dei sopravvissuti.
Da ricordare. Dal 6 aprile al 16 luglio 1994 nel Paese africano si consumò il genocidio dei tutsi e degli hutu moderati, per mano dell’esercito regolare e delle milizie paramilitari (interahamwe). Le ragioni fondamentali sono da ricercare nel profondo odio etnico verso la minoranza tutsi, che nel Paese costituiva l’élite sociale e culturale. Nonostante molti dei responsabili siano stati processati davanti ai tribunali nazionali e comunitari in Ruanda, nonché dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda e da Tribunali in Europa e Nord America sulla base del principio della giurisdizione universale, recenti sviluppi sottolineano l’urgenza di perseguire la giustizia con determinazione.
I ritardi negano la giustizia. “I ritardi nella giustizia equivalgono a negare la stessa - ha detto Tigere Chagutah, direttore di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale - la conferma della morte di molti tra i sospettati più ricercati per il genocidio, avvenuta prima che potessero andare incontro alla giustizia, nonché la sospensione a tempo indeterminato del processo di un altro imputato a causa di una demenza senile, evidenziano quanto sia importante perseverare per garantire giustizia ai sopravvissuti e ai familiari delle vittime in Ruanda”.
La fuga dei quattro più ricercati. Tra maggio 2020 e novembre 2023, la squadra di ricerca fuggitivi del Meccanismo internazionale residuale dei Tribunali penali ha confermato la morte di quattro dei fuggitivi più ricercati, incriminati dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Nel 2020 sono stati ritrovati nella Repubblica del Congo i resti di Augustin Bizimana, ministro della Difesa durante il genocidio. Il Meccanismo internazionale residuale dei Tribunali penali ha inoltre confermato che Protais Mpiranya, comandante della Guardia presidenziale, è deceduto in Zimbabwe nel 2006. Gli era stata attribuita la responsabilità degli omicidi dei leader moderati di alto livello, tra cui la premier Agathe Uwilingiyimana, il presidente della Corte costituzionale, il ministro dell’Agricoltura e il ministro dell’Informazione, così come di dieci caschi blu belgi delle Nazioni Unite.
Gli altri casi di impunità. È stato inoltre confermato che Phénéas Munyarugarama, comandante del campo militare di Gako e il più alto ufficiale militare nella regione di Bugesera durante il genocidio, è deceduto nella Repubblica Democratica del Congo nel 2002; mentre Aloys Ndimbati, sindaco di Gisovu, è morto in Ruanda nel 1997. Nel maggio 2023, un altro sospettato di genocidio e imputato dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda, Fulgence Kayishema, rimasto latitante per decenni, è stato finalmente arrestato in Sudafrica. Si prevedeva che sarebbe stato trasferito o presso il Meccanismo internazionale residuale dei tribunali penali in Tanzania o direttamente in Ruanda per andare incontro al processo; ad oggi si trova in un carcere in Sudafrica a causa di accuse legate all’immigrazione.
Il principale finanziatore del genocidio. Nell’agosto 2023, il processo di Félicien Kabuga, 90 anni, presunto principale finanziatore del genocidio e catturato dopo 26 anni di latitanza, è stato sospeso a tempo indeterminato a causa di una malattia legata all’età. La decisione è stata presa dai giudici d’appello del Meccanismo internazionale residuale dei tribunali penali in seguito a una sentenza del giugno 2023 che ha dichiarato Kabuga non idoneo a comparire in tribunale a causa di una grave demenza senile. Era accusato di aver finanziato e fornito supporto logistico alle milizie Interahamwe, nonché di aver promosso la trasmissione di discorsi di odio genocida da parte della Radio Television Libre des Milles Collines. I sopravvissuti hanno espresso rabbia e delusione dopo la decisione della corte.










