di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 24 luglio 2019
In tutta la Federazione le violenze non si contano. E la polizia, nel migliore dei casi, non fa nulla. Incitare a "cacciare" o addirittura ad "ammazzare" esponenti di varie minoranze, in questo caso gli omosessuali, finisce quasi sempre per avere una qualche conseguenza. La Russia ce ne dà la dimostrazione palese (se mai ce ne fosse bisogno) con il barbaro assassinio dell'attivista per i diritti Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) Yelena Grigoryeva.
Dopo che un'organizzazione che invitava i cittadini "normali" a dare la caccia agli omosessuali aveva pubblicato il suo nome (il sito del gruppo "segare gli Lgbt" è stato poi bloccato dalle autorità), la donna è stata accoltellata e strangolata.
Fatto non eccezionale nel Paese che proibisce qualsiasi propaganda Lgbt dal 2013. La motivazione ufficiale è la protezione dei minori, ma questo vuol dire che nulla è possibile, perché qualsiasi manifestazione, convegno, trasmissione, opuscolo, volantino potrebbe essere visto da un ragazzino e quindi deve essere vietato.
Ma non è solo questo. La cultura dominante e il sentimento religioso diffuso sono violentemente contro queste minoranze, viste come profondamente anti-russe e capaci di minare lo spirito nazionale. In Cecenia si sono verificati decine di omicidi di Stato, tanto che negli ultimi mesi le organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno invitato tutti gli omosessuali a fuggire dalla repubblica visto che gli appelli alle autorità sono stati vani.
Ma anche nel resto della Federazione le violenze non si contano. E la polizia, come minimo, non fa nulla. Dopo le tante minacce, la Grigoryeva aveva fatto presentare da parte del suo avvocato una richiesta ufficiale di protezione. La risposta era stata che non esisteva un concreto pericolo per la donna. Lo abbiamo visto.










