di Michela Iaccarino
Il Fatto Quotidiano, 28 aprile 2020
Il paradosso: detenuti e guardie sono senza protezioni, le autorità chiedono ai condannati di produrre mascherine. La Federazione supererà la soglia dei 90mila infetti dichiarati, ma non si conoscerà presto il numero dei positivi al Covid-19 rinchiusi nelle sue celle.
Dopo America e Cina, la Russia ha la terza più numerosa popolazione carceraria al mondo. Asfissiati tra brande e orinatoi, in camerate sature di disperazione e miseria, rimangono ammassati i galeotti slavi, mentre il virus colpisce da una latitudine all'altra il loro Paese.
Ufficialmente in otto prigioni, in sette diverse regioni russe, sono stati registrati contagi; ma oltre alla carenza dei test, c'è quella cronica delle informazioni che penetrano oltre il territorio recintato delle colonie penali russe. Quello che si riesce a sapere lo riporta il Moscow Times: nella lista dei malati ci sono 21 prigionieri e due guardie nel distretto ebraico siberiano; altri malati nell'istituto di correzione a Bira.
A Rybinsk, sul Volga, dodici prigionieri hanno riferito di avere febbre alta. Pochi hanno contatti con i loro avvocati, ovunque le visite sono momentaneamente vietate e, insieme ai familiari, all'interno delle carceri è ora impedito l'accesso a medicinali e cibo che i parenti fornivano ai reclusi. In assenza di cure adeguate e strutture ospedaliere nelle vicinanze, un'immediata condanna a morte per i prigionieri può essere rimanere contagiati dal virus.
Non hanno dispositivi di protezione, ma dallo scorso marzo, sono proprio alcuni detenuti in diverse prigioni a produrre mascherine. Fuoco e proteste nel ventre della Siberia. Nella colonia penale numero 15 ad Angarsk è scoppiata una rivolta, decine fra i 1.200 detenuti si sono tagliati le vene contemporaneamente per protestare contro la brutalità dei secondini e il fatto di essere stati lasciati senza protezioni contro il virus. A Yaroslav, riferiscono attivisti ed associazioni che aiutano le famiglie dei detenuti, molti pazienti riportano chiari sintomi di polmonite come avviene nel penitenziario federale Matrosskaya Tishina a Mosca, epicentro del virus.
Nella Capitale, per estenuanti condizioni di lavoro e totale assenza di materiale protettivo, si sono licenziate decine di infermiere che hanno abbandonato i reparti del Kommunarka, l'ospedale visitato in scafandro giallo dal presidente Vladimir Putin. Una matrioska di tormenti, con una pandemia dentro l'altra: dietro le sbarre l'epidemia può trovare terreno fertile perché prima del Covid-19 esistevano già i focolai di altre malattie, soprattutto tubercolosi ed Hiv. Inascoltati gli appelli di amnistia rivolti dal gruppo Mosca Helsinki al Cremlino, che non ha dato alcun tipo di risposta. Dal Tatarstan a Murmansk sono solo i giornalisti indipendenti a fornire dati sulle sindromi respiratorie che colpiscono i reclusi in questi giorni. Quanto sia difficile avere notizie lo spiega bene un articolo apparso tre giorni fa sulla Novaya Gazeta, il giornale della Politovskaya, dal titolo "La legge sulle fake news è una trappola per giornalisti: ovvero perché è così difficile scrivere del virus in prigione".
A ribadirlo e ripeterlo ad alta voce è stata poi Olga Romanova, membro dell'organizzazione "Russia dietro le sbarre", messa a tacere quando le autorità l'hanno richiamata subito per "diffusione di fake news". Intanto il governo pensa già di ridurre le restrizioni dopo il 12 maggio, ma ciò sarà "possibile" solo se i cittadini si atterranno "rigorosamente a tutte le regole necessarie": lo ha detto la direttrice dell'Agenzia federale russa per la Salute e i diritti dei consumatori (Rospotrebnadzor), Anna Popova, in un'intervista tv ripresa dall'agenzia Interfax.










