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di Gennaro Grimolizzi

Il Dubbio, 7 aprile 2025

L’aggressione ai danni dell’Ucraina sta impegnando economicamente e militarmente la Russia. I riflessi del conflitto sono ben visibili nel Paese governato da venticinque anni da Vladimir Putin. Dal 24 febbraio 2022 le misure per reprimere il dissenso contro la guerra in Ucraina sono ancora più stringenti. Pensiamo ad alcuni interventi legislativi: l’articolo 207.3 del codice penale sui cosiddetti “falsi militari” è stato inserito frettolosamente nel marzo di tre anni fa. Sono stati tanti i cittadini russi che per aver criticato le forze armate impegnate nell’occupazione del territorio ucraino hanno subito processi farsa, finendo in carcere. Tra questi gli avvocati Alexei Gorinov e Dmitry Talantov.

Alexei Gorinov è stato il primo cittadino russo a finire dietro le sbarre per aver contestato le scelte del Cremlino del febbraio 2022. Deve scontare in tutto dieci anni in una colonia penale; la prima condanna inflitta è stata di sette anni alla quale se ne è aggiunta un’altra di tre anni nello scorso autunno (si veda Il Dubbio del 29 novembre 2024). Il motivo di tale accanimento? Aver criticato l’operazione militare speciale, chiamandola con il suo vero nome: guerra. Una parola vietata nella Russia di Putin. L’opinione pubblica è tenuta sotto lo schiaffo e alcune leggi liberticide, che hanno sotterrato le libertà di opinione e di pensiero, servono al boss del Cremlino per avere un controllo pressoché totale sulla società russa ed evitare, per il momento, la nascita di una opposizione politica. Analogo destino per Dmitry Talantov, presidente dell’Ordine degli avvocati della Repubblica dell’Udmurtia, arrestato nel 2022 per aver criticato la guerra di aggressione e condannato a novembre a sette anni di carcere. Talantov ha difeso in passato il giornalista economico Ivan Safronov, accusato a sua volta di alto tradimento, e in alcuni post su Facebook non solo ha commentato alcune anomalie del processo che stava seguendo come difensore, ma ha pure criticato le autorità russe per aver avviato la guerra in Ucraina. Dichiarazioni che gli hanno rovinato la vita. Prima l’arresto, poi l’inizio del processo durato oltre due anni. Sei mesi fa la condanna a sette anni di carcere con l’applicazione dell’articolo 207.3 del codice penale, che punisce i cosiddetti “falsi sull’esercito”. A Talantov è stato assegnato a marzo il “Premio internazionale Ludovic Trarieux”. In questo contesto molto spesso l’avvocato è assimilato al proprio assistito, soprattutto quando si parla di diritti umani e casi giudiziari riguardanti dissidenti.

A tal proposito, ricordiamo anche le vicissitudini affrontate dagli avvocati di Alexey Navalny, principale oppositore di Putin. Navalny è morto nella colonia penale di “Polar Wolf” il 16 febbraio 2024. I suoi avvocati, Vadim Kobzev, Alexei Liptser e Igor Sergunin, sono finiti in carcere in nome dell’aberrazione giuridica appena ricordata, che identifica il difensore alla persona difesa. Kobzev sconterà la pena più lunga (5 anni e 5 mesi), Liptser è stato condannato a 5 anni, mentre per Igor Sergunin c’è stato un lieve sconto di pena (dovrà scontare 3 anni e 5 mesi), poiché ha collaborato con l’autorità giudiziaria dichiarandosi colpevole.

Poco prima di morire, Alexey Navalny definì l’arresto dei suoi difensori “una punizione per l’eccellente lavoro svolto” e “una intimidazione nei confronti della società e, soprattutto, dell’avvocatura”. Per solidarizzare con Liptser, Kobzev e Sergunin alcuni colleghi tentarono di organizzare uno sciopero nelle aule giudiziarie per sensibilizzare l’avvocatura russa e la comunità internazionale, ma non ottennero risultati significativi.

Oltre alle condanne dei tre avvocati, è stato disposto l’arresto in contumacia di altri ex difensori di Navalny nel frattempo fuggiti all’estero, Alexander Fedulov e Olga Mikhailova. L’avvocatura istituzionale russa, rappresentata dalla Camera federale degli avvocati della Federazione russa (l’equivalente del nostro Cnf), non ha mai solidarizzato con i legali perseguitati. Uno degli avvocati più famosi in Russia, Henry Reznik - è vicepresidente della Camera federale -, auspicò, dopo le prime manifestazioni di piazza per protestare contro l’aggressione ai danni dell’Ucraina, trattamenti rispettosi nei confronti dei legali impegnati nell’esercizio del diritto di difesa. Una timida reazione di fronte alla repressione del dissenso diventata sempre più dura. Da quel momento in poi non è stato fatto più alcun commento sui numerosi casi di avvocati arrestati o ostacolati nell’esercizio delle loro funzioni.

Il momento triste che sta vivendo la Russia è documentato da un report di Ovd-Info. Il team legale dell’organizzazione che si occupa di diritti umani ha redatto uno studio a tre anni dallo scoppio della guerra in cui si lancia un allarme rivolto alla comunità internazionale. “Il terzo anno di guerra su vasta scala della Russia contro l’Ucraina - si legge nel documento - è accompagnato da una continua repressione politica all’interno del Paese. Nonostante il calo del numero di proteste contro la guerra su larga scala e l’aumento della censura, la pressione sulla società civile, compresi attivisti, avvocati, giornalisti e organizzazioni indipendenti, prosegue incessantemente.

Le autorità continuano a utilizzare l’intero arsenale di strumenti repressivi: dai procedimenti penali per i “falsi” sull’esercito russo per screditare le forze armate alle punizioni extragiudiziali, tra cui licenziamenti, pressioni sui parenti dei responsabili delle contestazioni e rifiuto di rilasciare documenti. Inoltre, vengono adottate nuove leggi che ampliano i poteri delle forze di sicurezza e consentono un maggiore controllo sui dissidenti”. Svuotare le piazze e riempire le galere è il metodo imposto da Putin. Il boss del Cremlino ha condotto la Russia in un tunnel, nonostante continui a mostrare al mondo intero i muscoli.