di Luigi Manconi
La Repubblica, 20 marzo 2024
I cittadini che depongono fiori sulla bara di Aleksej Navalny o mostrano la scheda elettorale con il suo nome: esiste un gesto più potente? La donna russa che si sporge oltre la transenna per lanciare un fiore sulla bara di Aleksej Navalny e quegli elettori che mostrano la scheda dove hanno scritto il nome del dissidente morto il 16 febbraio in un carcere oltre il circolo polare artico: esiste una immagine del coraggio umano più pregnante e più simbolicamente potente di questi inauditi gesti individuali?
Il termine “coraggio” viene speso con prodigalità, fino allo scialo, all’interno del nostro sistema politico e del nostro sistema mediatico, così da farne una epopea quotidiana, tanto mediocre quanto ossessiva. Alcuni esempi: la coraggiosa Giorgia Meloni che lotta contro i fantasmi suoi e del suo partito, mentre il coraggioso Matteo Salvini si oppone al primato politico di Fratelli d’Italia e il coraggioso Giuseppe Conte compete con il Pd per la leadership del centrosinistra. Si tratta, in tutta evidenza, di un uso improprio della parola coraggio per definire ordinari connotati dell’agire politico, che nulla hanno di eroico e nemmeno di particolarmente emozionante. Altrove è il coraggio: e questo richiederebbe di preservarne anche il nome per evitare la banalizzazione e la progressiva perdita di senso di un’espressione tanto impegnativa.
Non solo. Personalmente nutro una grande stima per le cosiddette donne-coraggio, ad alcune delle quali sono molto affezionato (Lucia Uva, Patrizia Moretti Aldrovandi, Ilaria Cucchi, Elisa Rocchelli…), ma le virtù che hanno reso possibili le loro preziose azioni civili non discendono dal coraggio. E si riassumono, piuttosto, nella sapiente capacità di tradurre un lutto privato e intimissimo in una vertenza pubblica. Nell’arena mondiale gli esempi di coraggio si trovano, eccome. Penso alle donne afghane che organizzano la resistenza contro “l’apartheid di genere”; e alle ragazze iraniane che mostrano il volto senza velo all’odio e al sadismo della polizia morale. E c’è un esempio tra i mille che, forse, costituisce il punto più alto del coraggio in epoca contemporanea, semmai una simile graduatoria fosse possibile e plausibile.
È il 5 giugno del 1989 quando, in assoluta solitudine, un “rivoltoso sconosciuto”, stringendo in una mano due borse della spesa, si oppone più volte all’avanzata di un convoglio di carri armati dell’esercito cinese in viale Chang’an, nei pressi di piazza Tienanmen. L’uomo prima fronteggia il carro armato, poi vi sale sopra, si rivolge attraverso la botola ai soldati che vi si trovano, discute con l’ufficiale, scende. E ripete quell’azione una seconda volta fino a quando viene trascinato via.
La stupefacente semplicità (le borse della spesa!) di quegli atti è rivelata da un particolare che rende il coraggio dell’uomo ancora più raro: e lo avvicina a quei gesti destinati all’anonimato e all’oscurità - e proprio per questo di inestimabile valore - compiuti dalle donne afghane. Il “rivoltoso sconosciuto” cinese non poteva immaginare, certo, che quella sua esile figura sarebbe stata vista in tutto il mondo e, probabilmente, la sua azione era destinata a vivere dell’esclusivo rapporto tra sé, i pochi passanti e quel carro armato.
L’effetto di tragica e sublime testimonianza era totalmente imprevedibile. Questo non solo ci aiuta a riflettere su cosa sia davvero la virtù del coraggio, ma - nel mondo globalizzato e mediatizzato - contribuisce a fare intendere come affrontare l’enorme questione delle vittime nel loro rapporto con lo spazio e con il tempo. In altre parole la vittima è in primo luogo chi è oggi vittima.
Un esempio. La storia politica di Navalny, le sue passate posizioni ipernazionaliste, i suoi cedimenti e i suoi errori costituiscono qualcosa di trascurabile di fronte alla attualità della sua presente condizione di vittima di avvelenamento e, poi, di iniqua detenzione, di abnormi capi d’accusa, di deportazione in Siberia e, infine, di morte nella cella di un carcere speciale. Ciò che più conta è questo, ed è sempre questo a svelare inequivocabilmente la natura autentica e profonda della tirannide di Vladimir Putin. Quest’ultimo viene dal passato e domina il passato, ricavandone tradizioni e inventando miti destinati a rafforzare il suo dispotismo. Ma la sua attualità è quella del funzionario del Kgb quale era trentacinque anni fa e quale sarà al termine di quest’ultimo mandato nel 2030.
Analogo ragionamento può valere per l’Ucraina. Ho un conto anche personale con il sistema politico di quel Paese perché sono amico dei genitori di Andy Rocchelli, fotoreporter pavese ucciso in Donbass nel 2014 da appartenenti alla Guardia nazionale. E non ignoro il fatto che in Ucraina vi siano gruppi neonazisti, anche tra settori dell’esercito; e infine non dimentico alcune tendenze autoritarie dell’attuale esecutivo. Ma, ecco il punto, ancora il concetto di attualità delle vittime, come elaborato dal teologo Johann Baptist Metz, mi induce a stare dalla parte del presidente Volodymyr Zelensky e del suo popolo.
Perché oggi la storia e la geografia (che pure contano, eccome) vengono sussunte dalla violenza in atto, dai rapporti di forza tra sopraffattori e sopraffatti, dalla macchina criminale dell’aggressione e dell’invasione. Il coraggio delle vittime risiede, per quanto riguarda le donne afghane nel mostrarsi clandestinamente alle vittime appartenenti allo stesso genere e alla medesima sofferenza; il coraggio dei cittadini russi si manifesta in quel proporsi impudentemente al mondo intero come inermi e sconfitti intorno a una bara e a un rito elettorale altrettanto funereo.










