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di Francesca Sforza

La Stampa, 31 marzo 2022

Kyrill Martynov parla oggi all’Europarlamento: “Il Cremlino ha alzato troppo la posta, una crisi interna è possibile”. “È improbabile che i cittadini russi smettano di sognare”. Aveva chiuso così, tre giorni fa, il suo ultimo articolo, contro il reinserimento della pena di morte in Russia.

Oggi Kyrill Martynov parlerà al Parlamento Europeo, e dopo non ha intenzione di tornare nel suo Paese, almeno per il momento. Il giornale di cui è vicedirettore e opinionista politico, la Novaja Gazeta, è stato costretto a sospendere le pubblicazioni a causa delle pressioni ricevute da Roskomnadzor, l’agenzia federale che vigila sulla comunicazione. Il direttore e Premio Nobel per la Pace Dmitry Muratov si trova in questi giorni in ospedale perché ha avuto problemi di cuore. “Non lasciateci soli”, ci dice Martynov in questa intervista.

Martynov, cosa significa essere giornalisti oggi in Russia?

“Posso dire quello che ha significato fino al giorno in cui non siamo stati costretti a interrompere il nostro lavoro. Fino al 28 marzo, i giornalisti della Novaya Gazeta a Mosca hanno lavorato come al solito, senza giorni di ferie e di riposo. Il nostro sito è visitato ogni giorno da oltre 2 milioni di persone, e la nostra è stata una missione chiara fin dall’inizio: “dobbiamo fornire ai russi informazioni veritiere sulla guerra allo scopo di fermarla”. A causa di una barbara censura militare, non abbiamo potuto scrivere delle effettive operazioni di combattimento, poiché le autorità russe, sotto la minaccia di pene detentive, ci hanno chiesto di fare riferimento solo ai dati ufficiali del Ministero della Difesa, che secondo noi sono inaffidabili. Ma abbiamo scritto della catastrofe umanitaria in Ucraina, delle città distrutte, del richiamo forzato alle armi nella repubblica separatista di Lugansk, del crollo dell’economia e della società russa”.

Come facevate?

“Grazie all’impegno di tutti. In particolare quello di Elena Kostyuchenko, che lavora in Ucraina, e che per noi scriveva ogni giorno la cronaca di guerra. È stata la protagonista del nostro giornale. Ma bisogna dire grazie anche a tanti giovani giornalisti che sono venuti in redazione proprio di recente, l’anno scorso, e che stanno diventando professionisti brillanti, pronti a lavorare 24 ore su 24. Essere giornalisti a Mosca è dura. È la capitale del paese aggressore, si vive tra cordoni di polizia e simboli militari ufficiali, ci sono Z dovunque”.

Avete sentito solidarietà da parte della gente?

“Davanti alla redazione si sono svolte diverse manifestazioni di “attivisti” statali che ci hanno accusato di “tradimento”. Ognuno di noi sa che potrebbe essere perseguito legalmente per il suo lavoro. Di fatto dopo il 28 marzo è diventato pericoloso pubblicare testi in Russia, per questo abbiamo interrotto la pubblicazione. Allo stesso tempo, so che c’è un movimento clandestino contro la guerra in Russia, molti russi odiano questa guerra e chi l’ha scatenata”.

Cosa pensi della copertura giornalistica che l’Occidente sta dando sulla guerra?

“I giornalisti muoiono da eroi in questa guerra e vengono feriti. Credo che il giornalismo internazionale dia un contributo fondamentale per far comprendere all’Europa e al mondo la portata della catastrofe messa in moto dai russi. Il valore del vostro lavoro ci è chiaro, e siamo grati ai colleghi europei per il loro sostegno”.

Come avete raccontato la guerra, finché avete potuto?

“Descrivendo la situazione come una catastrofe umana, concentrandoci su ciò che la gente comune in Ucraina vede e dice. Gli articoli di Elena Kostyuchenko sono stati una finestra per tutti i nostri lettori”.

Evitando cioè di parlare di politica?

“Siamo stati sin dall’inizio categoricamente contrari a questa guerra e non la accetteremo mai”.

I russi stanno cambiando idea sulla guerra?

“L’opinione pubblica in Russia oscilla. C’è una parte relativamente piccola di russi che sostiene attivamente la guerra e agisce in simbiosi con la propaganda di stato. L’enorme esercito di funzionari russi sa di essere legato al regime da una specie di patto di sangue, non ha un posto dove ritirarsi e aspetta soltanto di arrivare fino alla fine. Proprio come Putin, del resto. Ma c’è un numero altrettanto grande di miei connazionali che è attivamente contro la guerra: ora rischiano la reclusione ed è solo per questo che non vediamo proteste di massa contro la guerra. Ma le persone continuano a lottare, a convincere i propri cari, a stampare volantini contro la guerra, a cercare di mantenere lucida la mente nella situazione di un’insopportabile catastrofe morale che stiamo attraversando”.

Conformismo o convinzione?

“La maggior parte delle persone sono conformiste, come sempre, ed esitano a lottare per imporre la loro opinione. Ma il vero problema, per i russi, è che ammettere la verità sulla guerra significa ammettere la catastrofe, ammettere che il nostro Paese ha commesso un crimine, che siamo “cattive persone”. I russi tendono a rimuovere questa verità, non vogliono credere ai fatti. Affinché la guerra finisca, i russi devono abbandonare la loro “coscienza imperiale”, l’idea della Russia come un paese capace di “dividere il mondo” sul modello dell’eredità della seconda guerra mondiale, che ci vide fra i vincitori. Questo sarà il test nazionale più difficile, e in effetti l’esistenza della Russia è minacciata, io non sono sicuro che la Russia sarà in grado di sopravvivere alle conseguenze di questa guerra”.

Cosa pensi delle ipotesi di un cambio di regime in Russia?

“I russi credono ancora che semplicemente non ci sia alternativa a Putin. Tuttavia, non sono sicuro che il suo potere sia forte. Il Cremlino ha alzato troppo la posta in gioco, una crisi politica interna è possibile e c’è un evidente conflitto all’interno delle élite, come dimostra il ruolo di Abramovich come negoziatore - anche se i contorni della vicenda sono poco chiari - e la scomparsa di militari russi di alto rango dalla sfera pubblica. Ma bisogna capire quanto improbabile sia l’entrata in scena di un leader politico russo più liberale di Putin. Penso che la minaccia più seria sia l’ascesa politica di Ramzan Kadyrov, unica persona pronta a scatenare una violenza diretta e illimitata a Mosca”.

Qual è il messaggio che vorresti lanciare all’Europa?

“Sull’importanza di potersi esprimere liberamente. Ci vorrebbe una rivolta dei giornalisti in Europa e nel mondo: vediamo il vostro sostegno, vogliamo che Novaya Gazeta e altri media russi indipendenti continuino ad esistere sulle vostre pagine”.