di Enrico Franceschini
La Repubblica, 21 agosto 2020
La Russia ha usato il veleno a più riprese negli ultimi anni. Se vi ha fatto di nuovo ricorso ora è per cautelarsi da proteste simili a quelle di Minsk. L'avvelenamento è un metodo di assassinio che evoca tempi lontani come le congiure dei Borgia, ma la Russia lo ha riportato d'attualità usandolo almeno due volte in poco più di un decennio, in particolare per cercare di eliminare all'estero, in Inghilterra, dissidenti o "traditori", così li ha chiamati Vladimir Putin, in entrambi i casi ricorrendo spregiudicatamente ad armi non convenzionali: polonio radioattivo e gas nervino.
È possibile che ora vi abbia fatto di nuovo ricorso, stavolta in patria, per colpire il più noto leader dell'opposizione, Aleksej Navalnyj, in coma dopo avere bevuto una tazza di tè all'aeroporto prima di un volo interno dalla Siberia a Mosca. Le circostanze restano da chiarire, ammesso che ci sia la volontà di farlo. Ma un elemento rappresenta come minimo una coincidenza sospetta: la crisi in Bielorussia.
Le massicce manifestazioni di protesta e gli scioperi nelle fabbriche a Minsk, come risposta alla rielezione chiaramente fraudolenta di Aleksandr Lukashenko nelle presidenziali che lo opponevano a Svetlana Tikhanovskaja, rappresentano per Putin un dilemma di non facile soluzione. Rispondere con la forza, inviando l'esercito russo a ristabilire l'ordine, come fece l'Armata Rossa sovietica a Budapest e a Praga all'epoca della guerra fredda, è rischioso: non solo per le ripercussioni internazionali da parte dell'Occidente, ma per l'incertezza sull'esito di una repressione militare di fronte a una nazione intera che si ribella contro un tiranno.
L'impopolarità di Lukashenko è talmente evidente che il capo del Cremlino si è finora astenuto dall'esprimergli personalmente sostegno. E la Bielorussia non è l'Ucraina, dove il 40 per cento della popolazione è russofona, la Crimea fu regalata a Kiev da Kruscev come gesto simbolico di fratellanza fra popoli socialisti e le sirene della Ue facevano temere un passaggio formale nello scacchiere occidentale.
Ma anche lasciare che gli eventi facciano il loro corso, assistendo senza reagire a un'eventuale caduta di Lukashenko, comporta dei rischi per Putin: l'esempio venuto dal proprio vicino di casa, con il quale sperava di ricomporre, insieme a una parte dell'Ucraina, quella "unione slava" che costituiva il cuore dell'Urss, potrebbe contagiare la Russia. Se una pacifica rivolta popolare può fare crollare un regime quasi trentennale a Minsk, lo stesso potrebbe accadere a Mosca a un regime in carica da vent'anni e avviato a rimanerci, dopo la recente riforma costituzionale, per altri sedici.
Nell'incertezza su come comportarsi in Bielorussia, dove il braccio di ferro continua, la priorità per Putin potrebbe essere cautelarsi in Russia, distruggendo il potenziale oppositore in grado di apprendere e imitare la lezione di Minsk. Un'azione preventiva, per disfarsi di Navalnyj e ammonire i suoi seguaci che a fare cadere Vladimir Vladimirovic non basterebbe una "rivoluzione di velluto". In modo che, qualunque sia la sorte di Lukashenko, a condizione di una "non ingerenza" occidentale già richiesta a Merkel e Macron, il capo del Cremlino salvi almeno la faccia e, cosa che più conta, il posto. Neanche questo è tuttavia garantito.
Proprio quando credeva di avere vinto, Putin si trova davanti a un bivio pericoloso. I prossimi giorni diranno se Navalnyj si riprenderà, se è stato avvelenato e se c'entra la crisi bielorussa. Un indizio è un indizio, insegna Agatha Christie, due sono una coincidenza, ma tre fanno una prova. In un caso come questo il polonio nel tè o il gas nervino nel profumo potrebbero davvero diventare la versione russa del famoso "arsenico e vecchi merletti".










