di Andrea Massaroni*
Corriere della Sera, 12 settembre 2025
Intervista al co-presidente dello Human Rights Defense Center Memorial e responsabile del progetto Support for Political Prisoners - Memorial da tre anni vive in esilio in Lituania, insieme alla famiglia. Un caffè a ridosso del centro, scelto per poter conversare tranquilli, nelle ore del primo pomeriggio che minaccia pioggia. Al tavolo si siede Sergey Davidis, co-presidente dello Human Rights Defense Center Memorial e responsabile del progetto Support for Political Prisoners - Memorial. Da tre anni vive in esilio in Lituania, insieme alla famiglia. Lo ha costretto l’impossibilità di continuare a lavorare in Russia senza mettere a rischio la propria libertà. È la vigilia del vertice tra Putin e Trump, fissato per il 15 agosto. Davidis commenta asciutto: “Non c’è molto da attendersi. Putin non cerca compromessi, Trump cerca solo riflettori”.
Quando ha capito di dover lasciare la Russia?
“Il peggioramento è iniziato già nel 2020, con gli emendamenti costituzionali. Subito dopo hanno introdotto un enorme pacchetto di leggi repressive. La struttura di Navalny è stata dichiarata “estremista”, e questo ha reso criminale chiunque la sostenesse. Le leggi sugli “agenti stranieri” e sulle “organizzazioni indesiderate” hanno colpito chiunque facesse attività pubblica. E a Memorial ci siamo trovati in una posizione insostenibile. Quando abbiamo classificato come prigionieri politici alcune persone condannate per “terrorismo”, l’ufficio del Procuratore ha presentato dichiarazioni al tribunale accusandoci di giustificare il terrorismo. In teoria e in pratica, persone sono già finite in carcere per questo”.
Il 24 febbraio inizia l’invasione. Subito entrano in vigore i nuovi reati: “diffusione di informazioni false sull’esercito” e “disonorare l’esercito”. Tradotto: chiunque critichi la guerra commette un reato. “Per noi era impossibile. Ogni detenuto perseguito con queste leggi doveva essere considerato prigioniero politico. Ma per spiegare perché, avremmo dovuto ripetere le sue parole: diventando passibili dello stesso reato. Il 1° marzo 2022 la polizia fa irruzione negli uffici di Memorial a Mosca, nel quadro del procedimento contro il collega Bakhrom Khomroev, accusato di “terrorismo” per il suo lavoro sui diritti umani. Il 6 marzo, dopo voci di chiusura delle frontiere, lascio la Russia in macchina con moglie e figlie, stabilendomi in Lituania”.
Quanti sono oggi i prigionieri politici?
“Dipende da come si contano. La nostra lista, basata sui criteri PACE del Consiglio d’Europa, registra poco più di 1000 casi. OVD-Info ne indica circa 1600. Se allarghiamo a chiunque sia detenuto con motivazioni politiche, stimiamo 3700 persone. Noi cerchiamo di aiutarli. E poi ci sono i civili ucraini rapiti: almeno settemila. Deportati in Russia, senza accuse formali, spesso senza nome. Li conosciamo solo grazie agli scambi di prigionieri: qualcuno torna e racconta chi aveva in cella. Tutti gli altri restano invisibili”. I minori rapiti dai territori occupati dell’Ucraina non sono inclusi nelle nostre liste perché tecnicamente non sono privati della libertà: risultano affidati a famiglie affidatarie o tenuti in orfanotrofi. Le manifestazioni di protesta per liberare Navalny nel 2021 sono state imponenti eppure non hanno prodotto risultati. La repressione è asfissiante.
Ha vinto il conformismo?
“Non è conformismo spontaneo, è il frutto di 25 anni di strangolamento. Putin ha distrutto ogni spazio di libertà: media indipendenti, Ong,
partiti. Ha eliminato i punti di cristallizzazione della società. Così oggi non esistono luoghi dove incontrarsi od organizzarsi. Perfino adolescenti di 14 anni sono finiti in carcere per tentativi di attivismo. Non è entusiasmo, è sopravvivenza. La gente si adatta per paura”.
Perché Navalny è tornato in Russia?
“Non tornò per morire, ma per stare con il suo popolo. Non posso
parlare per lui, ma è possibile che Nelson Mandela sia stato un modello. Era un talento raro, capace di mobilitare i giovani, di trasformare ogni occasione in un risultato. Anche in carcere restava il principale nemico di Putin. Lo temevano al punto da perseguitare ancora oggi chi aveva fatto piccole donazioni alla sua fondazione, tre o quattro anni fa. La sua morte, nel febbraio 2024, è stata una sconfitta, ma ha mostrato che un’altra Russia esiste”.
E l’opposizione oggi?
“Quando non c’è alcuna prospettiva di successo, è naturale che i conflitti interni crescano. Piccoli nuclei divisi che discutono fra loro più di quanto incidano sul regime. È un meccanismo psicologico: se manca la speranza di vittoria, prevale la lotta intestina. È ciò che il potere vuole”.
Come si giustifica il regime agli occhi dei cittadini?
“All’inizio era solo una dittatura corrotta. Ma con il tempo ha cercato una base ideologica. L’ha trovata nella storia e nei valori tradizionali. Ha trasformato la memoria in propaganda, la tradizione in strumento di legittimazione. Lo schema è semplice: lo Stato è sempre superiore all’individuo, l’obbedienza è virtù, la grandezza nazionale conta più della libertà. Non è nuovo, ma in Russia è potente perché si intreccia con l’eredità imperiale e militare. Così il regime si presenta non solo come potere, ma come incarnazione della storia russa”.
Perché Putin ha scelto la guerra?
“È stata la decisione di un uomo solo. Nemmeno il Consiglio di Sicurezza
era unanime sul riconoscere le repubbliche separatiste. Non c’era domanda sociale. Nemmeno per la Crimea, nel 2014, la gente chiedeva l’annessione. Fu accettata perché sembrava senza costo. L’errore dell’Europa fu accettare quell’annessione senza reagire. Un errore fatale che ha aperto la strada al 24
febbraio 2022”.
Il regime è solido?
“C’è un proverbio russo: non si può stare troppo a lungo seduti sulla baionetta. Putin oggi sembra solido, ma non c’è nulla di inevitabile. Non è il leader storico e quasi medianico che qualcuno in Occidente descrive. È spietato, ma non invincibile. L’economia russa vive di materie prime: lo Stato può finanziare esercito e polizia senza bisogno della società civile. Ma la guerra logora e la mobilitazione riduce la forza lavoro. Le riserve accumulate sono state consumate. E le conquiste territoriali non portano benefici: regioni distrutte, costose da ricostruire, con popolazioni poco leali, abituate ad un altro livello di libertà. Eventi imprevedibili, come la marcia di Prigožin, dimostrano che il potere non è intoccabile”.
E l’Europa?
“L’Unione Europea parla di valori, ma li difende solo finché non costano. Putin lo sa. È convinto che l’Europa non abbia la volontà di sacrificare nulla per difendere i suoi principi. Così si sente incoraggiato. Il diritto internazionale non si difende da solo: senza forza resta lettera morta”.
L’ambizione di contenere la violenza attraverso il diritto vive una crisi drammatica, tra la frammentazione degli Stati Europei e il neo autoritarismo di Trump...
“È così. Se l’Occidente non ritrova quella determinazione, Putin non si fermerà: deve capire che la guerra in Ucraina non gli conviene, altrimenti allargherà l’aggressione”.
Quali contributi per una pace giusta?
“People First. È la campagna lanciata da due premi Nobel per la Pace: il Center of Civil Liberties di Kyiv e Memorial di Mosca con il sostegno di più di 70 organizzazioni: qualsiasi negoziato deve cominciare dalla liberazione dei prigionieri. Tutti: prigionieri di guerra, ostaggi civili, prigionieri politici. Non è solo umanità. È politica. Significa dire al popolo russo che non sono dimenticati e restituire le premesse per una società russa plurale. È un messaggio che mina la propaganda di Putin, che vuole identificare Russia e Putin come la stessa cosa”.
Un consiglio di lettura per capire la Russia?
“Il placido Don di Šolochov sulla guerra civile. Vita e destino di Grossman, che mostra la società sovietica schiacciata dal totalitarismo. Avamposto di Glukhovsky, fantascienza che descrive il futuro ma parla anche del passato e del presente. Tre specchi che aiutano a capire la Russia, che non è mai stata un blocco unico, ma un paese di contraddizioni”.
Nel frattempo il caffè si è animato. La pioggia non batte più sugli ampi vetri. Le parole di Davidis, messe una dopo l’altra con cura scientifica, tratteggiano una realtà cruda e non consolatoria, mai confusa con la condizione naturale della Russia. Il regime è solido e spietato, ma non inevitabile. Non è un destino. Non ha la grandezza storica che qualcuno gli attribuisce in Occidente. È un potere che vive di repressione, propaganda ed economia estrattiva. Per ora il fronte interno è compatto. La partita decisiva è nelle scelte dell’Europa e degli Stati Uniti: se questi restano compromessi e incerti, Putin continuerà.
Da questo caffè di Vilnius si rafforza una distinzione cruciale. Putin manipola la memoria per cancellare le differenze e imporre un’unica narrazione imperiale. L’Europa ha scelto la strada opposta: trasformare la memoria dei conflitti in fondamenta per la collaborazione. Dove per secoli si sono combattute guerre continue, oggi vediamo libera circolazione di persone, beni e idee. Dove imperavano le volontà di potenza nazionalistiche, ora prevale - imperfettamente, ma sostanzialmente - lo stato di diritto. Il risultato è misurabile: la società più longeva e socialmente tutelata della storia umana. Questo non rende l’Europa immune da problemi, ma chiarisce la posta in gioco. La battaglia per la memoria legittima il presente e tiene in ostaggio il futuro. Putin lo sa bene. Per questo trasforma la storia in propaganda, come fanno tutti i sovranismi. Il lavoro di Davidis - documentare i prigionieri, sostenerli economicamente, difendere la loro memoria - è un esercizio di diritto e il promemoria che la libertà richiede vigilanza attiva. Qualche giorno dopo il nostro incontro, un tribunale moscovita ha condannato in absentia Sergey Davidis a 6 anni di reclusione per giustificazione del terrorismo: la colpa è aver condiviso sui propri canali social un contenuto non gradito al regime. Memorial ha vinto il Nobel per la Pace 2022.
*Portavoce del gruppo Più Europa Roma











