di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 5 febbraio 2021
Serghej Smirnov, il direttore di Mediazona, (al centro appoggiato sulla barra di un letto a castello) in una cella del centro Sakharovo. Fonte: Telegram "Protest Msu". Oltre 10mila fermi in due settimane di proteste per Aleksej Navalnyj. Nella capitale oltre 6mila, circa 1.200 nella sola giornata di martedì. Anche il giornalista Smirnov stipato in una cella per otto con una trentina di uomini.
"Guardate che schifo", esclama Maria Silantieva mentre con la videocamera del cellulare inquadra una latrina alla turca nell'angolo di una cella con quattro letti a castello di nudo metallo dove però sono stipate una ventina di detenute. "Non ci sono materassi, non c'è niente, siamo in queste condizioni da un giorno e mezzo", continua nel video pubblicato su Instagram, accompagnato dall'appello: "Chiedo la massima copertura. Non dovrebbe andare così".
È soltanto una delle tante testimonianze che stanno inondando i social russi da quando nelle ultime due settimane oltre 10mila persone sono state fermate in tutto il Paese in seguito alle proteste per chiedere il rilascio di Aleksej Navalnyj. A Mosca gli arresti sono stati oltre 6mila, circa 1.200 nella sola giornata di martedì 2 febbraio dopo la condanna a tre anni e mezzo per l'oppositore, spiega a Repubblica Konstantin Fomin, portavoce di Ovd-info, la ong che tiene il conto degli arresti.
I centri di detenzione straripano. E così i dimostranti fermati durante le manifestazioni spesso vengono abbandonati per ore nei corridoi dei dipartimenti di polizia o a bordo degli avtozak, i cellulari delle forze dell'ordine, a temperature sotto lo zero, senza ricevere cibo né acqua o senza poter andare in bagno. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha ammesso il sovraffollamento, ma ha dato la colpa ai dimostranti.
"Questa situazione non è stata provocata dalle forze dell'ordine, è stata provocata dalla partecipazione a manifestazioni non autorizzate". Il tema sarà al centro dei colloqui di oggi a Mosca tra l'Altro Rappresentante Ue Joseph Borrell e il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov: "Le nostre relazioni si sono deteriorate negli ultimi dieci anni. Oggi ci percepiamo come rivali piuttosto che come partner", ha detto in un'intervista a Interfax il diplomatico spagnolo, che spera d'incontrare Navalnyj.
Il filmato di Silantieva arriva da Sakharovo, un centro per migranti a 66 chilometri da Mosca trasformato in un carcere speciale per politicheskij, detenuti politici. Anche il giornalista Serghej Smirnov, il direttore di MediaZona, si trova qui e sta vivendo in prima persona gli abusi del sistema giudiziario e carcerario che è solito denunciare sul sito indipendente fondato dalle Pussy Riot. Fermato sabato scorso davanti al figlio di cinque anni, martedì è stato condannato a 25 giorni di carcere per aver ritwittato una battuta su se stesso.
Prima di essere stato trasferito in una cella "normale", è finito con un'altra trentina di uomini in una stanzetta per otto. In uno scatto diffuso dal suo compagno di cella, Dmitrij Ivanov, autore del popolare canale Telegram Protest Msu, si vedono due o tre uomini sdraiati per brandina, senza materassi, mentre altri otto cercano di dormire seduti su una panca con la testa appoggiata su un tavolo al centro del locale. "Non è doloroso o spaventoso, ma è lungo e noioso", commenta Ivanov. "L'atmosfera è quella di un deprimente sanatorio di periferia, solo che ci sono le sbarre alle finestre".
Ma c'è anche chi ha denunciato violenze da parte delle forze di polizia. "Il 31 gennaio sono capitato con altra gente nell'accerchiamento creato dagli Omon. Mi hanno visto, mi sono spaventato e mi sono messo a correre, ma sono scivolato.
E in due hanno cominciato a manganellarmi e a darmi calci. Io non ho opposto resistenza, ma hanno continuato a picchiarmi fino a che la parte sinistra del mio corpo non si muoveva più", narra a Repubblica Nikita Jancikov, studente universitario di 22 anni. "Mi hanno trascinato su un cellulare che ha fatto diversi giri per Mosca come se aspettassero di sapere dove potevano portarci. Alla stazione di polizia mi hanno obbligato a firmare un verbale puramente inventato senza la presenza del mio avvocato. Ora attendo il processo".
Anche Mikhail Berdnikov, 19 anni, commesso, è stato fermato domenica scorsa. "Gli Omon mi hanno dato un calcio alla schiena, sono caduto a terra e allora mi hanno colpito alla testa", ci racconta. "Poi mi hanno spinto su un cellulare, storcendomi le braccia e dandomi un altro colpo alla testa". Anche nei dipartimenti di polizia ci sono stati episodi di intimidazioni e uso spropositato della forza. L'attivista 21enne Aljona Kitaeva ha denunciato di essere stata incappucciata con una busta di plastica, spinta giù da una sedia e minacciata con una pistola taser solo perché si rifiutava di rivelare la password del suo cellulare. In cella è finita anche gente arrestata per caso che non si era mai interessata alla politica e ora invece ha compreso le ragioni della protesta. "Avevo la sensazione che il nostro Paese non fosse il più giusto.
Ma ora l'ho visto, sperimentato e compreso in prima persona", ha confessato Ignat fermato il 23 gennaio e detenuto a Sakharovo per una settimana. Intanto davanti all'ex centro migranti si allungano le code dei familiari dei detenuti. Portano buste ricolme di cibo, biancheria, prodotti per l'igiene. Come Jurij, padre di uno studente arrestato il 31 gennaio. "Come si fa a non appoggiare il suo desiderio di libertà?", ha detto a Bbc Russia. "Certo mi dispiace che gli sia capitato questo, ma spero che la Russia sarà presto libera".











