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di Rosalba Castelletti

La Repubblica, 27 marzo 2022

Nell’ultimo mese tagliate le libertà di parola, movimento e proprietà. E ieri nessuno ha potuto ascoltare Biden rivolgersi proprio alla popolazione. “Permettetemi di dirvi, se siete in grado di sentirmi: voi, popolo russo, non siete il nostro nemico”, ha detto ieri il presidente Usa Joe Biden. “Vladimir Putin vi ha tagliato fuori dal mondo”. È così vero che in Russia quasi nessuno ha potuto ascoltare le sue parole. Il Cremlino non avrà decretato ufficialmente la legge marziale come si temeva a inizio marzo, ma diritti e libertà fondamentali si sono ristretti al punto tale che è come se lo avesse fatto. “In un mese i diritti costituzionali fondamentali e le libertà di riunione, parola, movimento e proprietà privata sono stati estremamente limitati”, scrivono due avvocati e attivisti per i diritti umani - Pavel Chikov, presidente di Agora, e Damir Gajnutdinov, direttore di Net Freedoms Project - in un rapporto diffuso a un mese dall’inizio dell’offensiva in Ucraina. “In Russia la legge marziale è stata di fatto introdotta”. Parallelamente alla “operazione militare speciale” in Ucraina, Putin sta combattendo una “guerra” in patria. Per controllare la narrazione e reprimere il dissenso. Tanto che, del discorso di Biden, Pervyj Kanal (Primo Canale) ha mandato in onda solo uno stralcio di pochi secondi, “l’economia russa è un disastro”, per smentirlo.

La libertà di riunione - In Russia non c’è manifestazione che venga autorizzata: vengono respinte con il pretesto di “restrizioni anti-coronavirus”. Il 24 febbraio almeno 1.800 persone sono state detenute in 68 città perché protestavano per l’Ucraina. Nello stesso giorno sono stati denunciati 113 casi di uso della forza da parte della polizia in almeno 11 regioni. Oggi, dopo oltre 15mila arresti in tutto il Paese, non ci sono più cortei. Solo picchetti solitari che vengono subito repressi. Si finisce in carcere anche per un foglio bianco.

La “censura militare” - Il 4 marzo sono stati approvati una serie di emendamenti che, secondo Chikov e Gajnutdinov, equivalgono a una “legge sulla censura militare”. È vietato diffondere “notizie false” o “diffamatorie” sulle forze armate, nonché chiamare per nome quello che accade in Ucraina. Pena una multa la prima volta e il carcere fino a 15 anni in caso di reiterazione. Sono già stati aperti 213 procedimenti e oltre 10 casi penali, di cui 4 contro giornalisti. Ma i manifestanti sono stati perseguiti anche per capi d’accusa come teppismo o estremismo.

La libertà di parola - Le poche testate indipendenti sopravvissute alla stretta del 2021 sono state prese di mira dopo il lancio dell’offensiva in Ucraina. Il 26 febbraio l’agenzia Roskomnadzor ha intimato a varie testate di rimuovere gli articoli non basati su fonti ufficiali russe. Da allora ha oscurato almeno 811 siti, bloccato Twitter, Facebook e Instagram e spento radio Ekho Moskvy. Di fronte alle restrizioni diversi media hanno deciso di cessare le attività e molti corrispondenti stranieri hanno lasciato il Paese. Da tempo la Russia si prepara inoltre a lanciare una Runet isolata dalla Rete globale.

La libertà di movimento - Undici aeroporti nel Sud del Paese sono chiusi fino al 1° aprile. Molti Stati - tra cui Usa e Paesi Ue - hanno chiuso lo spazio aereo alle compagnie aeree russe e Mosca ha risposto specularmente. I confini terrestri sono chiusi già dal marzo 2020 a causa del coronavirus. Attualmente, via terra, si può andare solo in Bielorussia. Da ieri la Finlandia ha sospeso il treno Allegro Helsinki-San Pietroburgo. E si allunga anche la lista dei moderni “refusenik”. Molti si vedono negato, o ritardato, il rilascio del passaporto, o respinto l’accesso agli scali.

La stretta del 2021 - Se è bastato appena un mese per blindare i diritti, le autorità - osservano i due autori - avevano preparato il terreno da tempo. “La neutralizzazione dello spazio politico e mediatico nel 2021 è stata preparatoria alla fase militare”, concludono Chikov e Gajnutdinov. “Tuttavia, solo dopo l’invasione dell’Ucraina, è diventata chiara la logica e i presupposti della pressione totale delle autorità sull’opposizione politica e sui media che ha accompagnato tutto il 2021”. Di recente Ivan Zhdanov, collaboratore di Navalnyj in esilio, ha commentato: “O la Russia cambia ora o diventerà un’altra Corea del Nord”. Finora la repressione ha avuto la meglio.