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di Marco Imarisio

Corriere della Sera, 18 agosto 2026

Dissidente storico, uno dei pochi politici “contro” a rifiutarsi di lasciare la Russia, da poco eletto vicepresidente del partito pacifista Jabloko. Shlosberg aveva condiviso la foto di un’ucraina ferita. “Vladimir Putin non accetta la realtà. Questo è il pericolo più grande che stiamo correndo, tutti noi”. Così nel lontano ottobre del 2022 ci parlava Lev Shlosberg, al telefono dalla lontana Pskov, sua città natale. A quel tempo se la passava già male. Dissidente storico, uno dei pochi politici “contro” a rifiutarsi di lasciare la Russia, da poco eletto vicepresidente del partito pacifista Jabloko, lui e sua moglie erano finiti sotto inchiesta in base alla nuova legge che conferiva alle autorità l’arbitrio di decidere a piacimento cosa potesse screditare l’esercito. Ma non era che l’inizio, quello.

Colonia penale - La realtà è che in Russia molta più gente di quanto in Occidente si pensi, desidera la pace. Non quella del Cremlino, una qualunque. E in base a questo dato di fatto sempre più evidente, nello stesso giorno in cui Shlosberg viene condannato a undici anni di colonia penale per aver condiviso un post di Echo di Mosca con la copertina del Daily Mirror che riproduceva la foto diventata celebre della donna ferita con una benda sulla testa durante il primo giorno di bombardamenti su Kiev, mentre la Corte Suprema russa ha definitivamente escluso il suo partito dalle “elezioni” della Duma di Stato, le virgolette sono doverose, previste per il prossimo 18-20 settembre, confermando così la decisione presa pochi giorni fa.

“State devastando lo Stato di diritto, state devastando le fondamenta di questo Paese” ha detto in aula Nikolaj Rybakov, il presidente di Jabloko ispiratore di una svolta radicalmente pacifista che prendendo di sorpresa i presunti strateghi del Cremlino aveva fatto schizzare il partito oltre la doppia cifra, traguardo mai neanche sfiorato quando invece i suoi predecessori si accontentavano di fare la ruota di scorta del sistema, conferendogli una parvenza di rispettabilità. Prima di lui aveva parlato il rappresentante della Commissione elettorale centrale russa, elencando i terribili crimini che avevano provocato l’esclusione di Jabloko: “Hanno utilizzato illegalmente la foto di un carro armato in un campo di girasoli scattata nei pressi di Kursk, e hanno inoltre utilizzato illegalmente l’immagine di una colomba”. 

Sul verdetto di ieri non ci sono mai stati dubbi; è stata soltanto la ratifica di una decisione già presa, mentre intanto fuori dall’aula venivano fermati una novantina di manifestanti. Jabloko potrà decidere se correre nei collegi uninominali, già ampiamente appaltati a Russia Unita, il partito del presidente, e alla sua variopinta corte di alleati, tra cui il partitino Rodina (Patria) dal quale è partita la denuncia contro Rybakov e i suoi, che per altro nelle sue liste presenta un discreto numero di candidati condannati per corruzione, maltrattamenti, abusi su donne. Ma non potrà presentare una lista federale nel sistema proporzionale. Così, non sarà dato di sapere a quanto ammonta il suo consenso in termini percentuali.

Shlosberg è stato portato via in catene davanti all’anziano padre novantenne, un ebreo askenazita che ha avuto gran parte della famiglia sterminata durante la Seconda Guerra Mondiale. Undici anni di carcere duro, per aver pubblicato la copertina di un giornale. Dopo essere stato dichiarato agente straniero nel 2022, era agli arresti domiciliari dal giugno del 2025, quando dopo una sessione a porte chiuse su richiesta dell’accusa, era stato già dichiarato colpevole di reiterato “discredito dell’esercito” a causa della pubblicazione su una pagina social da lui non gestita di un dibattito nel quale si sosteneva la necessità “per tutti” di un cessate il fuoco. Evidentemente, non era ancora una punizione sufficiente.

La parola che spaventa - Come appare evidente da queste decisioni, la parola pace non ha diritto di cittadinanza nella Russia di oggi. E soprattutto, incute timore al Cremlino, che da un lato ha la necessità di comunicare l’idea di un Paese in armi unito dietro al suo comandante, e dall’altro teme che anche un concorrente tutto sommato minoritario come Jabloko possa aprire una crepa nel muro. Ci sarebbe spazio anche per altre considerazioni. Ma forse è meglio riportare le parole con le quali, nonostante le interruzioni di una giudice minacciosa e schierata, Lev Shlosberg è riuscito a concludere il suo discorso. Sessantatré anni, giornalista, storico, attivista dei diritti civili, prigioniero politico. E cittadino russo. “Una vita degna dell’uomo è una vita senza guerra, senza la minaccia costante di una morte improvvisa. Una vita degna è fatta di dialogo civile e tolleranza reciproca nel Paese. Una vita degna è possibile solo in condizioni di pace”.