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di Giacomo Galeazzi

La Stampa, 6 febbraio 2023

“Assurdo oggi il doppio dei detenuti al carcere duro rispetto alla stagione delle stragi. Snaturata la misura voluta da Falcone e Borsellino”. Parla il magistrato che alla procura di Palermo ha catturato Brusca, Bagarella, Aglieri e i principali latitanti di Cosa Nostra: “Lo Stato fa giustizia, non vendetta, altrimenti agisce come la mafia”.

È abituato a misurare le parole ma se parla di 41 bis diventa un fiume in piena il magistrato simbolo della caccia agli stragisti di Cosa Nostra. “Ma come è possibile che quando c’erano per strada i morti delle stragi corleonesi i detenuti al 41 bis fossero 400 e trent’anni dopo siamo arrivati ad averne 900?”, si chiede Alfonso Saballa parlando alla Stampa. Il cacciatore di latitanti che ha catturato Brusca, Bagarella, Aglieri smantellando i vertici della mafia non usa mezzi termini: “Giustizia non significa vendetta né tortura”

Il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri ha detto alla Stampa che negli anni il 41 bis è stato attenuato di fatto dalle circolari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). È così?

“Confermando la mia stima per il procuratore Gratterei, su questo punto non sono d’accordo con lui. Le circolari del Dap si sono limitate ad applicare quanto stabilito dalla Corte Costituzionale richiamando più volte a rivedere alcuni aspetti della misura. Per esempio i dieci minuti finali di colloqui con i figli minori o il divieto di poter avere un fornelletto in cella per riscaldare del cibo. Si tratta di indicazioni della Corte Costituzionale non di iniziative dell’amministrazione penitenziaria e attengono alla condizione e ai diritti fondamentali dei detenuti”.

Può farci un esempio?

“Il divieto di cucinare alimenti in cella era giustificato con la necessità di limitare l’influenza dei boss in carcere perché in precedenza i mafiosi ostentavano il loro potere preparando pietanze di lusso come le aragoste o gli astici. Ma ciò non ha nulla a che vedere con il circuito limitato e controllato di chi è al 41 bis. Il pensiero che viene è piuttosto un altro”.

Quale?

“C’è chi erroneamente usa il 41 bis come mezzo per ottenere confessioni, snaturando quando voluto da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Negli anni 90 alla procura di Palermo i pentiti li abbiamo fatti parlare sempre prima che andassero al 41 bis. Invece poi la prassi e il pensiero sono stati altri. E cioè che più si allarga il numero dei detenuti al 41 bis più si inducono i soggetti più deboli a confessare e fare dichiarazioni. Sotto sotto è questo il metodo che nel tempo preso ha piede. E ciò è inaccettabile”.

Perché?

“Perché così il 41 bis si degrada a strumento di tortura. In questo modo diventiamo mafiosi pure noi e invece per sua natura lo Stato deve fare giustizia, non vendetta, altrimenti agiamo come Cosa nostra. Lo Stato applica le convenzioni internazionali, rispetta il dettato costituzionale non tortura neppure il peggior criminale. Faccio due esempi. Bernardo Provenzano era ridotto dall’Alzheimer a un vegetale, quindi quali messaggi poteva mandare all’esterno del carcere in quelle condizioni disperate? Raffaele Cutolo non aveva più da decenni una organizzazione criminale alle spalle, quindi a quale clan camorristico poteva inviare ordini? Eppure entrambi sono rimasti al 41 bis fino alla morte”.

Come si è arrivati a questo uso “estensivo e distorto” del 41 bis?

“Non potrò mai dimenticare le parole sconvolgenti e umanamente comprensibili del capo della procura di Palermo Antonino Caponnetto dopo le stragi: “È finito tutto”. Ho davanti agli occhi il volto stravolto di Carlo Azeglio Ciampi a piazza della Signoria: senza una parola diceva tutto. La voglia di forzare la mano contro la mafia stragista era forte ma per quel che riguarda la procura di Palermo abbiamo sempre agito rispettando la legge. Non siamo nel carcere di Abu Ghraib e non ci comportiamo come ha fatto la Germania quarant’anni fa contro i terroristi Banda Baader-Meinhof. Non si ridà legittimità allo Stato vendicandosi su chi lo attacca pur in modo sanguinoso e spietato”.

A cosa si riferisce?

“Io ho interrogato due volte Vincenzo Scarantino e non ho mai creduto che fosse il responsabile della strage di Via d’Amelio. Lasciandolo gli disse: ‘Se lei è un mafioso, io sono un fisico nucleare’. Ciò prima ancora della collaborazione di Gaspere Spatuzza e del ruolo di pezzo da 90 come il boss Pietro Aglieri. Ho sempre pensato che ad ammazzare Paolo Borsellino e gli agenti di scorta fossero stati gli uomini di Brancaccio. Lo Stato non estorce dichiarazioni. E si è capito dopo cosa era accaduto in quel depistaggio. Non si cerca un colpevole a tutti o costi. E con il 41 bis non si avallano teoremi né si ottengono confessioni anche vere. Il fine non giustifica i mezzi. Così si distrugge il 41 bis e non si consegue nessun risultato utile. A Palermo dopo le stragi abbiamo applicato il rispetto assoluto delle leggi e i latitanti li abbiamo scovati con il supporto incondizionato dello Stato. Un aiuto economico, organizzativo e personale che se fosse stato messo a disposizione di Falcone Borsellino la storia della lotta a Cosa Nostra sarebbe stata completamente diversa”.