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di Raffaele Marmo

La Nazione, 9 agosto 2025

Il giurista: ogni giorno migliaia di magistrati prendono decisioni. “La cura per ridurre le polemiche è una maggiore partecipazione dei cittadini”. Perché l’Italia non trova pace nello scontro tra politica e giustizia e sulla questione immigrazione? “Prendiamo i due temi su cui si sta svolgendo l’accademia estiva sui media: giustizia e immigrazione. E proviamo a metterli nella dovuta prospettiva, cominciando dalla giustizia”, esordisce Sabino Cassese, uno dei più autorevoli, se non il più autorevole, tra i giuristi italiani con un’attenzione precipua anche ai processi politici e sociali.

Professore, quale è la “dovuta prospettiva” per inquadrare il rapporto tra giustizia e politica?

“Ogni giorno l’ordine giudiziario prende migliaia di decisioni, spesso di annullamento di atti dell’esecutivo. Decine di funzionari vengono sottoposti a procedure che riguardano responsabilità contabile e penale. I circa 9mila magistrati svolgono tranquillamente il proprio lavoro. Dunque, non c’è una tensione tra politica e magistratura. C’è solo una tensione tra un ristretto numero di magistrati militanti e una parte dell’attuale maggioranza che sostiene il governo”.

E l’altro tema, l’immigrazione?

“Vediamo i numeri. Nel 2022 di circa 53mila domande di protezione internazionale esaminate, il 48% ha avuto un esito positivo. Nel 2023, l’esito favorevole è stato del 37%. Nel 2024, delle 159mila domande di protezione ne sono state esaminate 78 mila e di queste quasi il 36% ha avuto una forma di protezione. L’Italia è tra i primi Paesi dell’Unione europea per tasso di accoglienza degli stranieri, insieme con Germania e Spagna. La media dei rimpatri nel periodo 2022 - 2024 è stata di circa la metà rispetto a quella del periodo 2008 - 2019”.

Quali effetti produce, invece, questa polarizzazione del dibattito sulle due questioni?

“Le accademie giuridiche che si svolgono in questi mesi sui media mostrano la lontananza del dibattito in corso dai problemi del Paese e spingono gli stessi protagonisti politici a confondere tra competizione e duello, e a ingigantire i problemi, confondendo percezioni della realtà con la realtà stessa. Nella competizione, quelli che gareggiano hanno alcune finalità e valori comuni, che non vi sono tra quelli che duellano, perché l’uno vuole la morte dell’altro. Tutto questo non corrisponde all’agone politico nella realtà, ma al modo in cui viene rappresentato. Quindi c’è un agone politico e una sua rappresentazione, che vanno per strade diverse”.

Con quali conseguenze?

“Questo spinge i duellanti a gareggiare più sui torti dell’altro, che sulle proprie ragioni. Se, invece, diamo la giusta proporzione ai problemi, esaminando le questioni nei loro contesti, la politica può ritrovare il suo spazio. Infatti, il duello finisce per coprire l’assenza di politica, di proposte, di programmi”.

Le questioni accennate, dunque, sono più una contesa tra corporazioni che un oggetto di interesse davvero reale per l’opinione pubblica?

“Venuto a mancare lo strumento fondamentale della politica, il partito politico, che era tradizionalmente il legame tra la società e lo Stato, la rappresentanza politica viene sostituita dalla rappresentanza corporativa. Quindi, sia chi governa, sia chi è all’opposizione cerca di colmare questo vuoto di trasmissione attraverso i legami con le organizzazioni di interesse. Esempio: forze di governo e di opposizione cercano di dividersi il consenso dei grandi sindacati”.

Che cosa non funziona in questo rapporto?

“Tutte le corporazioni e le organizzazioni degli interessi hanno diritto di cittadinanza. Tuttavia esse rappresentano interessi e non opinioni, e questi interessi vanno tradotti in opinioni, un’attività che una volta svolgevano i partiti”.

Quali processi degenerativi sono in atto e con quali conseguenze negli ambiti che lei cita?

“L’elenco sarebbe lungo. Si sta verificando un progressivo distacco tra Paese reale e Paese legale, un’accumulazione nel Paese reale di una serie di domande sociali che non trovano ascolto e riscontro nel Paese legale e, nello stesso tempo, una rappresentazione del Paese legale che la società non riesce ad accettare o nella quale la società non riesce a riconoscersi. Questo progressivo allontanamento può produrre, con il passare del tempo, ulteriori e più gravi tensioni”.

Quale via suggerisce per raggiungere almeno un equilibrio accettabile?

“La via maestra è una maggiore partecipazione dei cittadini alla politica. Non dimentichiamo che una volta era iscritto ai partiti l’8% della popolazione, ora non più del 2%. Più del 9% degli italiani con più di 14 anni svolge un’attività di volontariato. Il contrasto tra questi due indicatori è molto significativo. La società civile è molto più vivace di quanto non appaia, non c’è apatia politica, c’è una reazione di rigetto che deriva dal modo in cui la politica si rappresenta e viene rappresentata dai media”.

Ci sono speranze o vie d’uscita per una società tanto polarizzata e divisa tra Paese reale e Paese legale?

“La polarizzazione e il conflitto servono ad attrarre l’attenzione. Vengono ingigantiti dai media e accentuati dalla comunicazione tramite il web, che consente a tutti di dialogare con tutti. Vorrei risponderle con le parole di quello che è forse il maggiore filosofo vivente, Jürgen Habermas, che ha scritto quaranta anni fa un libro sull’agire comunicativo, da lui definito come l’atto linguistico che è in grado di creare consenso. La comunicazione razionale e libera può creare un terreno in cui le persone raggiungono un’intesa”.