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di Maria Giuseppina Buonanno

Oggi, 27 novembre 2025

“Se fossi stato saggio, non avrei fatto tutto quello che ho fatto”, dice il sacerdote. “Papà mi ha lasciato a 13 mesi: spero di rivederlo in paradiso”. “Sono nato in una stalla, come Gesù Bambino. Quello era il luogo più caldo della casa”. Così ricorda don Antonio Mazzi, venuto al mondo il 30 novembre 1929 a Verona, nella cascina dei nonni senza riscaldamento. E così il fondatore della Comunità Exodus, che si occupa di dipendenze, accoglienza, prevenzione e formazione, fa memoria della sua vita di uomo e di prete ora anche nell’autobiografia “Saggezza e follia”, appena pubblicata da Piemme.

“In verità, non ho mai condotto una vita saggia. Sono un caratteriale”, mette le mani avanti il don con il suo stile sempre poco canonico, seduto alla scrivania del suo studio nella Cascina Molino Torrette, sede nazionale di Exodus, a Milano, davanti al Corriere della Sera. “Tutte le cose che mi sono capitate hanno poco a che fare con la saggezza. Certo, durante l’alluvione del Po, a Ferrara, nel 1951, ho dato una mano. Poi quando sono venuto a Milano perché dovevo dirigere una scuola professionale fondata da don Luigi Verzé, mi sono occupato prima di educazione e poi di tossicodipendenza e terrorismo. Comunque, se non fossi stato un caratteriale, non avrei fatto tutto quello che ho fatto. E senza la disperazione degli oltre 200 ragazzi colpiti dall’alluvione, forse non avrei scelto di diventare prete”.

Qui si tocca un punto cruciale: la paternità, condizione che attraversa la missione sacerdotale di don Mazzi e anche il libro. Figlio di Guglielmo, ferroviere, morto lasciandolo a 13 mesi, e di Maria, casalinga, rimasta vedova a 24 anni mentre aspettava un altro bambino, don Antonio ha sentito intensamente l’assenza del padre. Un’assenza e un dolore che hanno segnato la sua vita. “Non ho mai accettato la sua morte. Spero di trovarlo in Paradiso. Mi è mancato molto. E mi è mancata anche la mamma, sarta e ricamatrice, perché eravamo poveri e lei ha dovuto sempre lavorare tanto per crescere me e mio fratello”, dice. E riflette sulla “pazzia” evocata dal titolo del libro.

“Non so se è stata follia, ma sicuramente la cosa più rischiosa che mi è capitata è stata quella di accogliere in comunità Erika”, ragiona don Antonio. Si riferisce a Erika De Nardo che nel 2001, a 16 anni, aveva ucciso con il fidanzato, a Novi Ligure (Alessandria), la mamma e il fratellino. Nell’autobiografia racconta che inizialmente di fronte a lei si era sentito “spaventato”. Poi il rapporto col padre della giovane, che è stato sempre vicino a sua figlia, ha cambiato il suo atteggiamento. “L’ho poi seguita nella tesi, nella laurea, nel suo mettere su casa. Il suo percorso mi fa ben sperare”, scrive nell’autobiografia. E aggiunge: “Mi piacerebbe rivedere il padre perché lui è stato ammirevole, è lui che l’ha salvata”.

Nel libro trovano casa tanti giovani che don Antonio ha accompagnato lungo strade complicate. Tra loro c’è Fabrizio Corona. “Con lui c’è stato un rapporto un po’ difficile. L’impresa con lui mi è riuscita meno bene”, spiega il fondatore di Exodus. Il sacerdote ha sempre accolto tutti, persone in debito con la giustizia, tossicodipendenti, assassini, terroristi, ragazzi fragili. Ha raccolto ceste di dolore. Ha ospitato, tra molti altri, Marco Donat-Cattin (1953-1988), esponente di Prima Linea coinvolto, nel 1979, anche nell’omicidio del magistrato Emilio Alessandrini, figlio di Carlo (1919-1991), politico della Democrazia cristiana. Il padre chiese a don Antonio di aiutare il figlio, che poi si impegnò nella comunità. E andava “a trovarlo di notte, visto che era agli arresti domiciliari e quindi si sarebbe sempre dovuto chiedere un permesso al magistrato”, si racconta nel libro. “È morto in un incidente stradale senza riuscire a chiedere perdono a chi aveva provocato dolore. Ricordo che il padre mi chiamò di notte perché andassi da suo figlio in ospedale, a Verona, perché lui non aveva il coraggio di farlo. Marco aveva un carattere difficile, un rapporto conflittuale con lui”, spiega don Antonio.

La paternità è un filo rosso che attraversa il libro: il tormento su papà Guglielmo, i giovani che ha accompagnato e sollevato da vite difficili. Ma un figlio suo non gli manca. “Considero figli miei tutti i ragazzi che ho incontrato e che tuttora incontro nelle mie comunità. Per il resto, nella mia esperienza a Primavalle, a Roma, da prete giovane, qualche ragazza ha mostrato entusiasmo verso di me. Ma io ero concentrato sul mio impegno”.

Nello studio di don Mazzi ci sono tante foto che lo ritraggono con personaggi dello spettacolo: per esempio con Renato Zero, con Mara Venier, che lo ha ospitato dal 1993 al 1997 a Domenica in. Don Antonio non è pentito di essere stato per tanti anni il “prete della tv”. “Alla fine ho sempre avuto fortuna: tante scelte le ho fatte perché avevo “poca testa”. Prima di andare a Domenica in avevo chiesto consiglio al cardinal Carlo Maria Martini (1927-2012). “Vai, ma stai attento”, mi aveva detto. Oggi con Mara ci sentiamo spesso”. Dalla libreria dello studio, dove ancora ci sono le macine di un antico mulino, spunta anche il Tapiro d’oro, il premio che porta a Striscia la notizia e ad Antonio Ricci. “È un amico. Ed è sempre vicino alle iniziative di Exodus”, sottolinea don Antonio. E se gli si chiede come ripensa a quello che ha realizzato, alle buone battaglie combattute, riflette così: “Posso solo dire che sono stato un folle. Se guardo indietro, vedo che ho rischiato la vita sei o sette volte perché ero considerato uno che dava fastidio e c’era chi voleva farmi sparire”.

A don Antonio, nella fragilità della sua età, non manca di immaginare il futuro: “Ho deciso di accettare quello che viene. E se penso all’incontro col Padre Eterno, mi ritrovo di nuovo a soffermarmi sulla paternità. E spero di incontrare il mio papà”. Dal papà al Papa: “Leone XIV dice parole giuste. Ma forse manca un po’ di empatia. Ascoltandolo, sei sicuro che parla alla testa, ma non sei sicuro che parli al cuore”. Lo dice affettuosamente, lui che ama le vie del cuore.