di Eleonora Tedesco
La Città di Salerno, 22 dicembre 2022
Presentata la relazione sugli istituti di pena in provincia. Allarme scioperi e tentativi di suicidio: “Troppi casi inascoltati”. Le persone detenute nei tre istituti della provincia di Salerno sono (al 30 giugno 2022) complessivamente 517, di cui 55 stranieri per una capienza regolamentare che risulta essere di 490 posti. Più nel dettaglio, l’Icatt di Eboli ospita 38 detenuti (48 nel 2021), la Casa Circondariale di Fuorni ne alloggia 429 (erano 454 l’anno scorso) mentre la Casa Circondariale di Vallo della Lucania fa rilevare la presenza di 50 ristretti. A fronte di questa popolazione carceraria, gli agenti di pena sono complessivamente 298 che significa 0,58 agenti in pianta stabile e 0,3-0,4 agenti effettivamente presenti per detenuto. A fotografare la situazione degli istituti di pena salernitani è la relazione semestrale con i dati raccolti dal garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale con la collaborazione dell’Osservatorio sulla detenzione della Regione Campania.
Marginalità senza ascolto. Secondo i numeri contenuti nel rapporto semestrale, nei primi sei mesi del 2022 si sono registrati 81 casi di sciopero della fame, 8 tentativi di suicidio e un suicidio avvenuto a Fuorni. “In questo momento registriamo in Campania 6.853 presenze; 12 mila persone nell’area penale esterna. di queste persone 1356 sono tossicodipendenti (169 sono a Fuorni) e la metà sono state denunciate dai familiari. Ora - riflette il garante Samuele Ciambriello - se un familiare denuncia un figlio pensando che il carcere sia la risposta per allontanarlo da altri reati, vuol dire che è fallito l’insieme del sistema socio sanitario. E così anche nel caso dei detenuti con malattie psichiatriche e, anche in questo caso, la metà viene denunciata dai familiari”. La questione, allora, considera Ciambriello, “è quale carcere vogliamo e per chi. Certamente per i reati gravi ma non per rispondere alle marginalità. Mancano figure sociali, abbiamo detenuti immigrati senza mediatori linguisti. Il rischio è la recidiva”.
Carcerazione preventiva e depenalizzazione. Il tema, quindi, solleva altre due questioni: l’uso della carcerazione preventiva e la depenalizzazione dei reati. Temi che in questo momento sono discussi a maggior ragione in virtù dell’imminente entrata in vigore della riforma Cartabia. Perché, come ha spiegato il capo della Procura della Repubblica di Salerno, Giuseppe Borrelli, “il cattivo funzionamento del sistema carcerario è il riflesso del fatto che è il sistema processuale che non funziona, anzi determina la stortura della carcerazione cautelare che è diventato l’unico strumento per la celebrazione del processo”. La macchina della giustizia, insomma, con l’insieme delle sue storture determina una condizione per cui in carcere “ci vanno soltanto i disperati e i camorristi”, aggiunge il procuratore capo. “Le riforme al Codice di procedura penale considerano il carcere come estrema ratio prevedendo una serie di sanzioni alternative. Credo che, in realtà c’è un problema culturale perché l’idea che la restrizione possa essere l’unica strada per il recupero di un soggetto è largamente diffusa e deve essere superata. Se una critica può farsi rispetto al nuovo regime sta nel fatto che questa nuova legislazione è mancata di dibattito nella società, quindi mancando la predisposizione a una nuova idea di pena si vedrà come reagiranno. È evidente, però, che l’impianto delle misure alternative deve avere una sua serietà e, in questo caso si rischia una riforma di breve respiro”.
I problemi della riforma. Critiche condivise e ulteriormente argomentate dalla presidente del Tribunale di Sorveglianza, Monica Amirante, che rileva come sia mancata, negli anni “una riforma che fosse organica, coraggiosa e realmente funzionale alle risposte. Questa, rischia di avere un effetto “rinculo”, proprio come accade alle pistole. Potenziare i domiciliari, ad esempio, vuol dire probabilmente svuotare le carceri e avere il placet dell’Europa ma non assolve al ruolo costituzionalmente di rieducazione e di tutela del detenuto che deve poter essere messo in condizione di conoscere una realtà completamente differente da quella criminale. E, in questo senso ha un valore l’affidamento ai servizi sociali”. Alla presentazione del rapporto ha partecipato anche l’assessore alle Politiche sociali Paola De Roberto, che si è soffermata proprio sul contributo che deve arrivare dalla rete del Terzo settore e dalle Istituzioni.










