di Viviana De Vita
Il Mattino, 9 settembre 2025
Il Tribunale di Salerno ha stabilito sei mesi di reclusione per i dottori in servizio a Fuorni e al Ruggi. Assolta una quarta imputata. Una condotta corretta da parte dei medici avrebbe “con certezza” evitato la morte di Aniello Bruno, il 57enne di Angri detenuto a Fuorni, deceduto il primo aprile 2018 nel reparto di rianimazione del Ruggi dopo un intervento per shock settico, conseguenza di una peritonite stercoracea dovuta a ischemia e perforazione intestinale. È questo il cuore delle motivazioni con cui il Tribunale di Salerno (Seconda sezione penale, giudice Serretiello) ha condannato a sei mesi di reclusione - lo scorso luglio - i due medici in servizio a Fuorni, A.D.C. e C.O., e il medico del pronto soccorso del Ruggi, G.D.N.
Nelle motivazioni, depositate nei giorni scorsi, vengono ricostruite le responsabilità dei singoli medici in una morte che, secondo il giudice, poteva e doveva essere evitata. Il processo riguardava anche una quarta imputata, la dottoressa M.R.A., anch’ella in servizio a Fuorni, assolta “perché il fatto non sussiste”.
Secondo la perizia grafologica visitò Bruno solo il 30 marzo, disponendone subito il trasferimento in ospedale, senza ritardi a lei imputabili. La vicenda inizia il 20 marzo 2018, quando il detenuto accusa un malore e si presenta in infermeria. In servizio c’è A.D.C. La sua condotta - scrive il giudice - non fu conforme alle linee guida: avrebbe dovuto valutare meglio il quadro clinico e disporre il trasferimento immediato in ospedale. Bruno, infatti, non era un paziente qualunque: alle spalle aveva un infarto, una cardiopatia ischemica, ipertensione, epatopatia e un trattamento metadonico in corso.
Una storia che imponeva “maggiore diligenza e prudenza”. Invece ricevette soltanto antidolorifici, una scelta che non affrontò il problema e finì per mascherare i sintomi. Il 25 marzo il detenuto tornò in infermeria con dolori diffusi all’addome: un peggioramento che il medico di turno, C.O., avrebbe dovuto approfondire. Anche in quel caso la risposta fu una copertura sintomatica. Il 30 marzo, con condizioni ormai gravi - addome globoso, diarrea, nausea e astenia - Bruno fu trasferito al Ruggi. Qui, però, il medico del pronto soccorso diagnosticò una colica renale senza eseguire alcun esame. Nessuna ecografia, nessun accertamento: il paziente fu dimesso e rimandato in carcere. Una decisione che, sottolineano i giudici, fu determinante. La perforazione intestinale, individuata dai periti intorno alle 18 del 31 marzo, segnò il “punto di non ritorno”.
Fino ad allora le chance di sopravvivenza erano alte e un ricovero con tempestivi accertamenti avrebbe potuto scongiurare, “con alta credibilità razionale”, l’esito fatale. Ma così non fu. Tornato in carcere, Bruno peggiorò. Fu visitato due volte nello stesso giorno da C.O., alle 15 e alle 18 del 31 marzo, senza che ne fosse disposto l’immediato trasferimento. Solo in serata la decisione ma era ormai tardi: il detenuto giunse al Ruggi in condizioni critiche e morì poche ore dopo, il primo aprile. Per il giudice i medici ebbero un atteggiamento “attendista”, con un peso causale diretto nella morte di Aniello Bruno. I tre condannati, insieme all’Asl Salerno quale responsabile civile, dovranno anche risarcire i familiari della vittima, rappresentati dall’avvocato Pierluigi Spadafora.











