di Dario Del Porto
La Repubblica, 21 maggio 2020
Che cosa è successo esattamente dopo le rivolte esplose nelle carceri di tutto il Paese e nelle settimane che hanno portato al ritorno a casa in piena emergenza coronavirus di 376 detenuti di mafia? Non se lo sta chiedendo solo la politica, che da giorni vede sotto tiro il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ma anche i magistrati.
La Procura di Salerno diretta da Giuseppe Borrelli sta indagando sul documento consegnato la sera del 7 marzo dai detenuti che avevano messo a soqquadro il carcere di Fuorni. Ma si muove anche la Procura nazionale antimafia e antiterrorismo, che ha avviato su impulso del procuratore Federico Cafiero de Raho un'attività di monitoraggio sul percorso normativo e giudiziario che ha reso possibile la concessione degli arresti domiciliari a esponenti di tutte le più pericolose organizzazioni criminali.
Torniamo al 7 marzo, dunque. Sono le ore nelle quali l'allarme Covid-19 sta salendo pericolosamente anche in Italia. Nel carcere di Fuorni, 200 detenuti cominciano a protestare in maniera sempre più violenta e salgono sui tetti brandendo mazze di ferro ricavate dai ferri delle brande. Quella che scoppia nell'istituto campano è la scintilla di un incendio destinato a propagarsi il giorno successivo nel resto d'Italia.
I reclusi si arrendono solo dopo ore di mediazione e consegnano un manoscritto che contiene otto richieste per porre fine ai tumulti. Nel documento reclamano tamponi per tutta la popolazione dell'istituto e la possibilità di contattare in videochiamata le famiglie per ovviare alla sospensione dei colloqui disposta per contenere il dilagare del virus. E poi, al punto 7, chiedono di "sollecitare í tribunali a concedere pene alternative in modo" da consentire "ad ogni ristretto di questo istituto di scontare la pena ai domiciliari per contrastare, prevenire o meglio curare l'emergenza coronavirus che sta invadendo il nostro sistema".
Due settimane più tardi, una circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria invita gli istituti a comunicare "con solerzia" all'autorità giudiziaria i nomi dei detenuti affetti da patologie a rischio in caso di contagio da coronavirus. Di lì a poco, si mette in moto la macchina delle istanze presentate ai magistrati di sorveglianza e delle scarcerazioni, o meglio delle concessioni di arresti o detenzioni domiciliari che porteranno di fatto alle dimissioni del capo del Dap, Francesco Basentini.
La Procura di Salerno sta indagando sulla rivolta e, in queste ore, sta leggendo con grande attenzione anche il manoscritto dei detenuti. All'attenzione della Procura nazionale c'è invece la circolare del Dap del 21 marzo. "Stiamo svolgendo un'attività di monitoraggio nell'ambito dell'azione di coordinamento e impulso che la Dna effettua come sempre in piena collaborazione e condivisione con le Procure distrettuali competenti", spiega il procuratore nazionale Cafiero de Raho. Dopo il terremoto provocato dal ritorno a casa di malavitosi del calibro del boss dei Casalesi Pasquale Zagaria, molte cose sono già cambiate.
È diventato obbligatorio chiedere il parere dei pool anticamorra prima di provvedere su queste istanze, la direzione delle carceri sta lavorando per individuare istituti dove assistere in maniera adeguata i reclusi con patologie che potrebbero aggravarsi fatalmente se dovessero contrarre il Covid. Ma quei 376 boss tornati a casa restano una ferita profonda, che lascia insoluti ancora troppi interrogativi.










