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di Massimiliano Catapano

salernoinweb.it, 7 settembre 2025

È stata chiesta l’archiviazione per le due dottoresse finite sotto inchiesta dopo la morte di Renato Castagno, 37 anni, originario del quartiere Mariconda, deceduto il 19 marzo scorso all’interno del carcere di Salerno a seguito di un malore improvviso. La decisione è arrivata dal sostituto procuratore Morris Saba, che ha escluso responsabilità penali a carico delle due professioniste, inizialmente indagate con l’ipotesi di omicidio colposo e responsabilità colposa per morte in ambito sanitario. Una delle due era la dottoressa di turno quel giorno, intervenuta nelle concitate fasi dell’emergenza, l’altra la dirigente del servizio sanitario penitenziario.

Determinante, nella ricostruzione dei fatti, è stato l’esame autoptico che ha chiarito le cause del decesso: Renato Castagno è morto per un tamponamento cardiaco determinato dalla rottura improvvisa dell’aorta. I consulenti incaricati dalla procura hanno inoltre evidenziato come la macchina sanitaria del carcere abbia seguito correttamente i protocolli previsti. Un quadro che, tuttavia, non convince i familiari della vittima. L’uomo, già colpito in passato da due ictus e affetto da cardiomiopatia ipertrofica e ipertensione cronica, presentava un quadro clinico complesso. I parenti hanno annunciato la volontà di opporsi alla richiesta di archiviazione, ritenendo che restino ancora punti da chiarire sulle circostanze della sua morte.

Il caso di Renato Castagno continua dunque a tenere accesi i riflettori, tra il dolore della comunità di Mariconda, che lo ricorda con affetto, e l’amarezza della famiglia, decisa a portare avanti la propria battaglia per ottenere piena verità e giustizia. Eppure, al di là degli accertamenti giudiziari, resta una riflessione inevitabile: con un quadro clinico così fragile e compromesso, Renato Castagno non avrebbe mai dovuto affrontare la detenzione in carcere.

Anche se aveva commesso degli errori, la misura più giusta sarebbe stata quella degli arresti domiciliari, vicino ai suoi cari e con le cure adeguate. La scelta di mandarlo dietro le sbarre, in quelle condizioni, appare oggi come un errore gravissimo, che gli ha negato la possibilità di vivere la pena in un contesto più umano e sicuro, nel rispetto della sua salute già compromessa.